Oggi iniziamo il verso 32 e, negli ultimi versi, Guru Ji ha concluso quattro versi parlando di tutte le qualità necessarie per superare le sfide presentate dalla mente, per conquistare la mente e per superare le distrazioni del mondo, quindi ricapitoliamo brevemente quali sono queste qualità che il Guru ha menzionato. Guru ha iniziato parlando del contentezza, mundaa santokh. Guru Ji ha parlato dell'impegno, della consapevolezza, della consapevolezza della morte, dell'autodisciplina, della fiducia, della fratellanza universale, della saggezza dell'Unicità, della compassione, del riconoscere la vibrazione dell'Unicità in tutti e in ogni cosa, della comprensione del tuo destino e di cio’ che entra nella tua vita e di cio’ che ti viene tolto; un destino di unione e separazione, del trascendere Maya e di essere consapevole della natura vigile del Divino. Guru Ji ha concluso tutti e quattro i versi con la stessa dichiarazione di totale reverenza, umiltà e senza ego nei confronti di questa forza senza tempo, dicendo: "Io mi inchino a questo, mi inchino…", Ādes, tisè ādesᵘ, all’Uno che era all’inizio, il puro, colui che è oltre un principio ed e’ senza fine, aad, aneel, anaad, anaahat, jug jug eko ves, l’unica forma attraverso tutte le epoche.
Con tutte queste qualità menzionate dal Guru, ora possiamo iniziare davvero a guardare alla nostra vita e valutare come ci misuriamo rispetto a queste qualita’. Quindi, possiamo cominciare ad usare tutto ciò che il Guru ci ha insegnato in un modo molto pratico, cercando di capire dove possiamo fare degli aggiustamenti nella nostra vita; e questo, secondo me, è il modo in cui la Gurbani dovrebbe essere vista, e questo è il modo in cui dovremmo studiarla: quasi come se il Guru fosse il maestro, noi gli studenti e il messaggio della Gurbani il programma di studio. L'unica differenza rispetto a una scuola normale è che la materia che dobbiamo imparare siamo noi stessi. La vera lezione che dobbiamo imparare e’ la comprensione di noi stessi. Quindi tutte le qualità che il Guru ha menzionato devono essere integrate nella nostra vita, e dobbiamo riflettere continuamente su dove ci troviamo rispetto a queste qualità. E in realtà, se ci pensiamo, cos’altro puo’ insegnarci il Guru? Quante altre lezioni dovrebbe darci? Cosa resta da dire che non sia già stato detto? Ora è il momento di applicare realmente questi insegnamenti alla nostra vita. Quante volte il Guru ha ripetuto lo stesso messaggio, piu’e piu’ volte? Ma la verità è che la mente non ascolta. L’ego non vuole lasciare andare. L’ego non vuole lasciarti andare, perché se tu lasciassi andare l’ego, allora l’ego non avrebbe più nulla a cui aggrapparsi. L’ego si nutre della tua mente, si nutre delle tue ansie, si nutre del tuo stress, si nutre dei tuoi desideri, delle tue speranze, e si nutre di questa idea che tu debba essere sostenuto, che l’idea dell'’io’ debba continuare.
Abbiamo già ascoltato tutte le lezioni, abbiamo già udito tutti i discorsi che il Guru ha da offrirci, ma poiché non siamo ancora riusciti a lasciar andare, il Guru continua ad essere li’ per insegnarci, come un genitore amorevole. Se pensiamo a un bambino piccolo che impara a camminare, continua a cadere, continua a fare errori, ma il genitore non si arrabbia. Il genitore è lì, con pazienza, sempre pronto a rialzare il bambino quando cade, quando fa un errore, sempre pronto a sostenerlo e incoraggiarlo. Allo stesso modo, il Guru è sempre con noi, ripetendo sempre lo stesso messaggio, sostenendoci in ogni momento, affinché possiamo continuare su questo cammino. Questo è il cammino della realizzazione. Stiamo cercando di realizzare ciò che siamo.
Ma la domanda è: cosa succederebbe se riuscissimo davvero a incarnare tutte queste qualità? Cosa succederebbe se avessimo la contentezza, la compassione, la fiducia e la comprensione dell’Hukam? Ciò sarebbe sufficiente? A quel punto potremmo dire di aver raggiunto la realizzazione del sé? In effetti, sembra un compito enorme, ci sono molte cose che il Guru ha già menzionato, basta pensare a tutte le lezioni apprese nel JapJi Sahib, che lo studente potrebbe sentirsi sopraffatto. Questi poi potrebbe chiedersi: "Non c’è forse una via più semplice? Sicuramente c’è forse un modo più semplice, più diretto, senza dover coltivare così tanti nuovi aspetti del nostro carattere?"
Ma il cammino che abbiamo intrapreso è il cammino del santo, ed il cammino del santo è sempre stato descritto come difficile e si e’ sempre detto non essere per tutti. Non tutti possono percorrerlo, è semplicemente troppo impegnativo. È sempre stato detto che è un percorso riservato a pochi.
E anche se Guru Ji ha evidenziato tutte queste diverse qualità, non significa che dobbiamo trasformarle nel nostro obiettivo. Il nostro scopo non è dire: "Voglio essere più compassionevole. Voglio essere più contento." Questi sono solo come dei segnali lungo il cammino. Se pensiamo a un sentiero, il motivo per cui il Guru ci mostra questi segnali e solo affinché possiamo riconoscere di essere sulla strada giusta: “C’e’ meno rabbia nella mia vita? C’e’ più accettazione? Ho sviluppato la capacità di vedere oltre Maya?” Questi sono tutti segnali, non la destinazione finale.
Se queste fossero le destinazioni, quale sarebbe la tua conclusione? "Io sono contento? Io sono compassionevole? Io ho fiducia?" Potresti avere tutte queste cose, ma il problema è che avresti ancora l’Io. Quindi queste non potrebbero mai essere le mete. Questo è esattamente il tranello da cui il Guru sta cercando di liberarti. Il Guru è qui per mostrarci la via, per mostrarci i segnali lungo il cammino ed e’ sempre qui per riportarci sulla strada giusta quando ci smarriamo o deviamo dalla via. Ed ora Guru Nanak Dev Ji ci ricorda che nām è obiettivo principale e nām è cio’ verso cui ci stiamo dirigendo. Nām è il vero strumento che ci sosterra’ lungo questo percorso. E dove porta questa destinazione? Il Guru ha già parlato dei tre stati di Maya e poi del quarto stato, chiamato Turiya, quello stato in cui si trascende Maya, in cui si trascende questa nozione dell’ ‘Io sono’, del ‘Me’. Lo stato di Turiya è l’ultimo stato di completa fusione e unione con la grande Unicità, ed e’ così che Guru Ji inizia il verso 32.
ਇਕ ਦੂ ਜੀਭੌ ਲਖ ਹੋਹਿ ਲਖ ਹੋਵਹਿ ਲਖ ਵੀਸ ॥
Ik dū gībhō lakh hoeh lakh hoveh lakh vīs ॥.
La parola ek dū qui non significa "ek do" ovvero “uno e due”. Qui, la parola dū significa "da". In punjabi diremmo ek do. Quindi ek dū e quando prendi due parole come ek do: "da uno". Il termine ek dū in realtà dovrebbe essere scritto come un’unica parola, ma nei moderni Gutka stampati lo vediamo spesso separato in due parole, ma in realtà queste sono due parole che sono state unite in una sola parola e ekdū e’ come dovrebbero essere scritte, come un'unica parola e non due separate. Abbiamo visto un esempio simile nella Pauri 21: Nānək ākhəṇ sabh ko ākhè, ik dū ik siāṇā. Nanak dice che tutti diventano parlatori, tutti parlano e pensano ik dū ik siāṇā che da uno all’altro ognuno pensa di essere piu’ saggio dell’altro: ik dū ik siāṇā.
Ik dū gībhō. Qui abbiamo uno spelling molto particolare che vale la pena sottolineare. La parola gībhō deriva dalla parola punjabi jeebh, che significa lingua. Ma ciò che vediamo qui è l’uso della Kanora. Quando, nella scrittura Gurmukhi, una Kanora viene aggiunta alla fine di un sostantivo, questa sostituisce ciò che in grammatica inglese chiameremmo una preposizione. Le preposizioni sono parole che collegano, sono parole brevi che di solito si mettono prima di un sostantivo, cosi’ possiamo dire: "da", "per", "prima", "dopo", "in", "a", questo tipo di piccole parole. Quindi quando nella grammatica Punjabi vediamo una Kanora su di una parola, e’ per sostituire una preposizione. Qui non significa solo "lingua", ma "dalla lingua". Abbiamo visto un altro esempio simile proprio all'inizio della Pauri 4, Muhō ke boləṇ bolīè, anche qui abbiamo avuto una Kanora che trasformava la parola muh (bocca) in Muhō, che significa "dalla bocca". E una cosa importante da notare è la pronuncia: è un suono au, non ou. Se fosse stato un Hora, si sarebbe letto jeebho, ma qui è un Kanora, quindi si pronuncia gībhō, Ik dū gībhō, Muhō ke boləṇ bolīè. Quindi una pronuncia di cui essere consapevoli, cosi’ da sapere la differenza di quando usi due vocali diverse, dovresti essere in grado di sentirla quando la dici. Quindi qui diremmo Ik dū gībhō e la prossima parola e’ lakh.
Nel sistema numerico indiano e’ una parola che rappresenta centomila lakh, Ik dū gībhō lakh hoeh. Se una lingua diventasse centomila lingue, se da una lingua ne apparissero altre centomila, Ik dū gībhō lakh hoeh. Se una lingua diventasse centomila lingue allora ancora una volta Guru Ji dice lakh hoeh che ancora quelle centomila lingue diventerebbero altre centomila lingue e da quelle ottieni lakh vīs.
Lakh vīs, significa venti lakh, e in inglese non parliamo mai di raggruppare i numeri in centinaia di migliaia, non abbiamo un termine del genere. Abbiamo una parola per "mille" e poi una per "milione", quindi abbiamo diecimila, centomila e poi un milione. Venti per centomila, fa due milioni. Quindi quello che Guru Ji sta dicendo qui, e’ di immaginare di avere una sola lingua e che questa si moltiplichi in centomila lingue. E poi quelle centomila lingue si moltiplicano a loro volta in altre centomila, e poi in due milioni. Quante lingue avresti? Quello che Guru Ji sta veramente mettendo in rilievo qui, e’ per cosa usiamo la nostra lingua. Quanta volonta’ ci vuole per recitare il nām nella nostra vita?
Ci sembra che sia qualcosa di estremamente complicato, ma in realtà, richiede solo un secondo per recitare il nām, qualsiasi nām. Ci vuole un secondo per recitarlo una volta e immagina, per un solo momento che riuscissi a farlo per ogni secondo, per 24 ore, quante volte riusciresti a ripetere il nām? Diciamo che "non abbiamo tempo per ripetere il nām", ma se dedicassi un solo giorno della tua vita, recitandolo per ogni secondo, con una sola lingua, reciteresti il nām 86.400 volte. In un anno, lo reciteresti 31,5 milioni di volte; e se tu vivessi in media fino ad 80 anni, nella tua vita lo reciteresti circa 2,5 miliardi di volte. Questo e’ quanto sia vicino a te. Non c’e’ nient’altro che tu debba fare. Se tu potessi recitarlo ripetutamente, quanto nām riusciresti a ripetere? Eppure pensiamo ancora di non avere tempo per il nām, mentre in realtà basterebbe un secondo. Hai un secondo ora per recitare il nām? La realtà e’ che non devi neanche smettere di fare quello che stai facendo per ripetere nām. Puoi farlo mentre svolgi qualsiasi altra attività. Puoi recitarlo ovunque, in qualsiasi momento mentre stai facendo qualsiasi cosa. Allora perché abbiamo reso il nām così difficile? Perché lo abbiamo reso così complicato? Cosa potrebbe essere più semplice?
Quando lo scomponiamo nel numero di secondi che abbiamo in un giorno, nel numero di respiri, nel numero di opportunità che abbiamo in un solo giorno, allora realizziamo che l’unica vera lezione è questa. Questa è la lezione che il Guru ci sta insegnato sin dall’inizio. Quanti respiri hai sprecato? Quante opportunità hai avuto fino a questo momento? Quante altre parole hai recitato durante quel periodo? Cosa hai ritenuto più importante del pronunciare il nām? Se dovessimo chiedere a qualcuno quale sia il messaggio centrale del Guru, quale sia il messaggio più importante del Guru, la risposta sarebbe: recitare il nām. È proprio così semplice.
Allora cosa stiamo dicendo con la nostra lingua, che pensiamo sia piu’ benefico dire? Cosa potremmo dire che sia meglio per noi di questo? Abbiamo una lingua, abbiamo la capacità di parlare, ma ancora il nām sembra sfuggire dalle nostre labbra. Eppure, quando questo accade, è così facile dare la colpa a tutto il resto. E cio’ che facciamo e’ non prenderci la responsabilità per il fatto di non aver, semplicemente, dato priorità al nām nella nostra vita, non gli abbiamo dato quella priorita’. Così il Guru ci propone un’idea. Ti aiuterebbe se avessi centomila lingue? Ti aiuterebbe se avessi un paio di milioni di lingue? A quel punto reciteresti il nām? È questo il punto in cui diresti: "Si, ora sono pronto?" Ik dū gībhō lakh hoeh lakh hoveh lakh vīs. Nel prossimo verso il Guru Ji continua…
ਲਖੁ ਲਖੁ ਗੇੜਾ ਆਖੀਅਹਿ ਏਕੁ ਨਾਮੁ ਜਗਦੀਸ ॥
Lakh lakh gheṛā ākhīeh ek nām giagədīs
Lakh lakh. Centomila volte. Gheṛā significa ripetizioni, ripetere un ciclo continuamente. Lakh lakh gheṛā ākhīeh. Quindi saresti in grado di recitarlo centomila volte, ripetendolo all'infinito. Centomila ripetizioni pronunciate se tu avessi l'opportunità di avere centomila lingue e ognuna di esse recitasse ripetutamente quell’unico nome del Signore del mondo, giagədīs.
Di nuovo, un aspetto da notare è lo spelling della parola lakh. Nella prima riga è scritta senza Aunkar, mentre nella seconda riga vediamo lakh scritta con l’Aunkar. Stessa parola, stesso significato, ma due spelling diversi. Nella grammatica punjab, nella grammatica Gurmukhi, solo i sostantivi hanno un genere. Solo ai sostantivi viene assegnato un genere, maschile o femminile. Un sostantivo è semplicemente qualcosa che ha un nome, per esempio un orologio, un calzino, delle scarpe, una mela. Questi sono oggetti, solo oggetti sono maschili o femminili. Ad altre parole non viene assegnata una caratteristica maschile o femminile. Un numero e’ quello che diremmo essere una parola descrittiva, un numero non ha mai un valore a sé stante, deve essere usato per descrivere qualcosa. Ad esempio, se diciamo "sette", ci si chiede subito: "Sette cosa?". Il numero deve essere collegato a un oggetto. Quindi dobbiamo capire che, quando notiamo delle differenze grammaticali negli aggettivi, ciò che significa è che queste ci danno un’indicazione rispetto a ciò a cui sono riferiti, perche’ l’aggettivo a se stante cosi’ come un numero non puo’ essere ne maschile o femminile. Nel primo esempio, vediamo lakh che chiameremo Mukta, non ha una vocale alla fine, e la chiamiamo libera, una parola libera, Mukta. Questo perche’ e’ un aggettivo, una parola descrittiva, una parola che da una caratteristica ad un oggetto ed e’ collegato a gībhō, lakh gībhō. La parola geeb è femminile (Istree Ling). La parola geeb e’ femminile e siccome lakh e’ legata ad una parola femminile vediamo la parola come Mukta. Allo stesso modo nella seconda versione, lakh è legato a gheṛā, che è una parola maschile, quindi prende l’Aunkar. Quindi quello che stiamo dicendo nel primo esempio e che parliamo di centomila lingue, gībhō lakh hoeh, mentre nel secondo stiamo vedendo centomila ripetizioni, Lakh lakh gheṛā. Ecco perche’ ci sono due spelling diversi.
Anche la parola giagədīs, Jagat da eesur, jagat da Malak, giagədīs. L’ īs, significa Ishwar, Il Signore, il padrone del mondo: Jagat; e questo e’ un nome di Dio giagədīs. Di solito vediamo il nome di Dio come una parola maschile singolare e ci aspetteremmo di vedere un Aunkar alla fine di questa parola. Ma poiche’ è legato a un'altra parola, questo e’ il motivo per cui non l’abbiamo. Qui cominciamo a vedere come capire la Gurbani. Allora qual’e’ la parola a cui e’ legato? Ek nām giagədīs. Quindi giagədīs, ek Naam giagədīs significa, giagədīs da ek naam. Il sostantivo principale di cui stiamo parlando e’ nām non stiamo parlando di Dio, stiamo dicendo il nome di Dio, quindi il nome e’ la parola principale di cui stiamo parlando. Se stessimo dicendo solo: Ek giagədīs, un Dio, allora giagədīs avrebbe un Aunkar, perché quello sarebbe stato il sostantivo principale di cui stiamo parlando. L’oggetto principale a cui ci stiamo riferendo. Ma, quando non e’ l’oggetto principale a cui ci stiamo riferendo, come in questo caso, allora si trova a doverlo indicare in qualche modo. Ti indica che si, sono legato a qualcos’altro. Giagədīs non ha un Aunkar che dice: “sono legato a qualcos’altro” cosi’ capiamo Ek nām Giagədīs. Allo stesso modo, la parola ek ha un Aunkar, perché è collegato a una parola maschile, ek ha un Aunkar perche’ nām ha un Aunkar. In cosi’ poche righe vediamo quanta grammatica ci sia, e cominciare a capire quanto sia fondamentale, per comprendere e tradurre accuratamente la Gurbani, capirne le regole con cui quest’ultima e’ stata scritta. Lakh lakh gheṛā ākhīeh ek nām giagədīs: se centomila ripetizioni pronunciassero quel nome, il nome del Signore.
Guru Ji chiede: e se avessimo centomila lingue, o addirittura milioni di lingue? Se ciascuna di esse recitasse il ‘nome’ centomila volte, sarebbe sufficiente? A quel punto, sarebbe abbastanza per la nostra completa realizzazione? Qual è la destinazione? Questa e’ la domanda che viene posta qui. Guru Ji prosegue chiarendo il cammino:
ਏਤੁ ਰਾਹਿ ਪਤਿ ਪਵੜੀਆ ਚੜੀਐ ਹੋਇ ਇਕੀਸ
Et rāeh pat pavəṛīā ciaṛīè hoe ikīs
Et rāeh: rāeh significa via, rasta: questo sentiero Pat pavəṛīā. Pat deriva da pati, il marito. Dice che su questo cammino verso il marito ci sono pavəṛīā, gradini, e ciaṛīè hoe ikīs. Quando si salgono questi gradini, si raggiunge questa cosa chiamata ikīs che poi andremo a vedere cosa significa.
Guru Ji sta dicendo che sì, il nām è essenziale. Sì, tutte le qualità di cui abbiamo parlato finora sono importanti, ma portano tutte da qualche parte, vanno tutte verso questo ultimo gradino. Nām è ciò di cui hai bisogno per darti sostegno mentre scali questo sentiero, mentre lo percorri. Immagina ora che il Guru stia utilizzando questo esempio di scalare una montagna e che ci siano milioni di gradini da salire. Il nām è lo strumento che ti sostiene lungo tutto il tragitto. Ma stai andando da qualche parte, c’è una destinazione. Nām è la tecnica che ti aiuta a raggiungere la vetta della montagna. E qual è la vetta? Qual è l’ultimo passo? L’ultima cima della montagna è hoe ikīs.
Ik ees significa ek eesur. Qui le parole ek e ees sono unite insieme: Ek eesur. Hoe ikīs diventare uno con Eesar e’ l’ultima vetta della montagna. Il Guru non si allontana mai da quello che ha sempre sostenuto essere lo scopo di questo cammino verso la realizzazione, hoe ikīs diventare uno con l’Unicità, con quell’eesur. Tutto il resto sono solo segnali lungo il percorso. Tutto il resto sono piccoli gradini. Tutto il resto è solo un mezzo per arrivare lì. Ma quando sali questi gradini, sai di essere arrivato solo quando raggiungi il punto in cui non esisti più come "io", come individuo. Quando hoe ikīs, quando diventi uno con quel eesur.
Questo e’ cio’ di cui ha parlato il Guru in precedenza, quando trascendi i tre stati di Maya e raggiungere quello stato che è chiamato Turiya, o Chautha Pad, il quarto stato. Ma qui Guru usa una parola molto interessante: Pat. Il Guru, per la prima volta nel Guru Granth Sahib Ji, fa riferimento all’Unità come a un marito.
Spesso vediamo nelle traduzioni l’espressione "Marito, Signore". È importante comprendere perché il Divino viene chiamato marito. Il Guru ha spesso usato la metafora della relazione tra moglie e marito per rappresentare il rapporto tra il Sikh e il Divino, tra il Gurmukh e Paramatma. Ma questo è un concetto che, oggi, viene sempre più frainteso dalla prospettiva del pensiero femminista moderno, che tende a vedere in questa metafora una discriminazione di genere, un’idea degradante per le donne, che vengono poste in una posizione e il Dio onnipontente come maschile. Perché noi siamo le femmine e Dio è il maschio? Perché Dio dovrebbe essere quello superiore tra i due? Questa è una lettura moderna che cerca di applicare il femminismo e l’idea del femminismo a un concetto antico. È importante capire che non stiamo cercando di analizzare i testi antichi con gli strumenti della modernità. Dobbiamo comprenderli dal loro punto di vista, capire quale sia il significato originale.
Questa deve essere concepita come una metafora per il ricercatore spirituale. Storicamente, nella cultura indiana, la moglie era vista come inferiore al marito. Questa era la norma culturale dell’epoca. Si diceva che il dovere della moglie fosse servire il marito come se fosse quasi una divinità. Nell’antica cultura indiana esisteva il concetto di pati parmesur: "il marito deve essere visto come un Dio" e questo è il modo in cui la moglie dovrebbe servirlo. Ma il Guru non sta cercando di rafforzare questo pregiudizio culturale, sta semplicemente usando una metafora. Sta usando un esempio comprensibile alle persone del tempo per aiutarle a capire che, così come una moglie serve il marito, così noi dobbiamo servire il Divino. Il Guru non sta promuovendo questo modello. Il Guru non sta dicendo che sia socialmente accettabile. Anzi, i Guru Sikh hanno lottato attivamente per l’uguaglianza di genere, per la liberazione e i diritti delle donne. Non dobbiamo usare il pensiero femminista moderno per criticare il Guru e dire: "Perché stai usando queste metafore?". Il motivo per cui lo sappiamo e’ perché ci sono altri punti nella Gurbani in cui il Guru ha usato persino l’esempio della schiavitù umana come metafora. Il Guru ha usato il concetto di commercio di schiavi per spiegare che, così come gli schiavi vengono comprati e venduti, e possono essere proprietà del loro padrone, nello stesso modo il Guru dice: "Io sono uno schiavo del Divino". C’è un verso in cui il Guru dice:
Lālā hāṭ vihājhiā kiā tis ciaturāī.
"Sono uno schiavo, comprato in un mercato, quale astuzia potrei avere?"
Anche qui, questo non significa che il Guru stesse accettando il sistema della schiavitù dell’epoca. Sta solo usando un’analogia. Un altro modo di guardare alla questione è pensare che oggi, sia totalmente accettabile che gli esseri umani possiedano animali, che abbiano animali domestici. Non ci vediamo nulla di sbagliato. Eppure immagina se tra mille anni l’umanità decida che tenere animali in casa è un’usanza barbara. Allora, le generazioni future ci giudicherebbero e direbbero: "Che tipo di persone eravate, che tenevate gli animali prigionieri nelle vostre case invece di lasciarli liberi nella natura?"Allo stesso modo in cui oggi non vediamo problemi nell’avere animali domestici, se torniamo indietro di 500 o 1000 anni, le persone non vedevano alcun problema nelle disuguaglianze sociali. La schiavitù era normale. Avere servi era normale. Il dominio degli uomini sulle donne era completamente normale. Quindi non possiamo applicare il nostro pensiero moderno per criticare le tradizioni antiche. Dobbiamo semplicemente comprendere quello che dicevano all’interno del loro contesto originale.
Ma la Gurbani usa spesso l’idea di servo e padrone. E la metafora del marito e della moglie che il Guru utilizza va molto oltre il semplice servire. La Gurbani dice che il Gurmukh è colui che ha preparato il suo letto e si lascia possedere dal Divino, così come la moglie si concede al marito nel piacere del letto coniugale. La Gurbani ne parla molto, ma questo è un concetto molto profondo. Ed essendo un argomento delicato, raramente lo si sente spiegare in modo chiaro. Per questo, in molte traduzioni, l’analogia tra moglie e marito viene ridotta alla semplice idea del servire, della moglie che serve. Ma questo è solo una metafora del padrone e del servo. La metafora del marito e della moglie è molto più profonda.
Non dobbiamo aver paura di questi concetti, perché il Guru ne parla apertamente. E poiché siamo su questo cammino, dobbiamo usare tutte le analogie che il Guru ci offre per comprendere cosa significa veramente percorrere questo sentiero. Dobbiamo capire queste analogie, dobbiamo riflettere su queste idea che proprio come una moglie si prepara e prepara il suo letto per accogliere il marito, abbiamo noi preparato noi stessi per essere penetrati nella nostra essenza, nel nostro corpo, nella nostra mente e nella nostra identità dal Divino? Siamo pronti? Siamo disposti ad arrenderci completamente?
Se osserviamo tutti i maschi di qualsiasi specie nel regno animale, vediamo che la natura del maschio è quella di aspettare che la femmina sia pronta prima di consumare l’atto. È la femmina che indica quando è il momento, quando è nella sua stagione, ed è allora che il maschio si avvicina per l’accoppiamento. Allo stesso modo, se il Divino è stato descritto come maschile, allora è il marito che sta aspettando che tu sia pronto. Pensiamo sempre di essere noi ad aspettare che Dio venga da noi, ma questa analogia ci dice che è Dio che sta aspettando noi ad essere pronti.
Per la prima volta nella Gurbani, Guru Nanak Dev Ji usa l’analogia del marito. Ed è la moglie che deve intraprendere questo viaggio. Il marito è già lì, è la moglie che deve intraprendere il viaggio. Dobbiamo prepararci, dobbiamo assicurarci di essere pronti per quel marito che ci sta aspettando, pronto a possederci, pronto a godere di noi. Guru Nanak Dev Ji dice che c’è un cammino verso il marito, e che questo cammino ha dei gradini. Dobbiamo salire questi gradini con il nām come nostro sostegno, per raggiungere la vetta, quello stato di Unione e fusione con questo essere divino senza tempo. Ma la domanda è: quali sono questi gradini? Alcuni eminenti studiosi sikh hanno esaminato la concezione comune dell’illuminazione nelle diverse tradizioni indiane, e hanno osservato che, incluso questo verso, mancano solo sette versi alla fine del JapJi Sahib. Ed alcuni studiosi hanno detto che visto che mancano solo sette versi per concludere il JapJi Sahib hanno allineato questi sette passi con i sette passi verso l’illuminazione descritti in antichi testi, in particolare un antico testo chiamato Yoga Vasistha, attribuito a Valmiki, l’autore del Ramayana, e in quel testo specifico in cui vengono descritti sette passi per raggiungere l’illuminazione. Passerò rapidamente in rassegna quali sono questi sette passi
Il primo passo è Shubhechha, il nobile desiderio. Il primo passo è che dentro di te deve nascere il desiderio di sapere di più sul Divino. Dentro di te ci deve esserci una sete interiore. Questo e’ il primo passo di questo percorso, quello di rendersi conto di voler sapere di piu’, di sentire che c'è una consapevolezza che non si e’ ancora raggiunto ma anche una ‘sete’ a volerci arrivare.
Il secondo passo è Vicharna, la contemplazione. Chi sono io? Dove mi trovo nella vita? Qual è lo scopo della vita? Qual è la natura della realtà?
Il terzo passo è Tanumanasi, l’assottigliamento della mente. Significa non lasciarsi più distrarre costantemente dal mondo, ma iniziare a dare priorità a questo cammino, senza costantemente ascoltare ogni capriccio della mente.
Il quarto passo è Sattvapatti, il risveglio della saggezza spirituale. Quando inizi a interrogarti su chi sei, quando inizi questa contemplazione interiore, quando realizzi che la risposta è dentro di te e non all’esterno, allora si avvia un risveglio. A questo punto, inizi a trascorrere più tempo con altri studiosi spirituali, con altri ricercatori spirituali, inizi a studiare di più, a cercare più informazioni, e dentro di te comincia a crescere questa realizzazione.
Il quinto passo è Asamsakti, l’abbattimento della barriera tra il mondo interiore e il mondo esteriore. Quando la saggezza prende il sopravvento su di te, quando inizi ad applicarla nella tua vita. Si dice che il quinto passo e’ inizio della dissoluzione del muro di separazione tra "io" e tutto ciò che mi circonda. Ma questo è solo il quinto passo.
Il sesto passo è Padarth-Abhavana, il momento in cui la materia cessa di esistere. Cominci a non vedere più la materia come qualcosa di permanente, cominci a vederla come luce, come parte dell’energia divina. Questo rappresenta il penultimo passo, dove rompi la barriera tra te e tutto e tutto il resto e tutto il resto smette di essere solo un albero, una macchina, un uccello o il cielo. Adesso tutto comincia ad essere un unico cosmo, un’unica energia universale.
Il settimo e ultimo passo è Turiya, il totale annientamento del sé, la totale perdita di tutto ciò che conosci come “me” o come tutto il resto, e tutto ciò che esiste è Unicità. Non che tu veda l’Unicità, ma che esista soltanto l’Unicità.
Quindi questo è ciò che è già stato identificato come il passo verso Turiya, che è il culmine finale. Alcuni studiosi hanno detto che questi sono i passi di cui Guru Nanak sta parlando, e che nei versi successivi ciascuno di questi concetti verrà messo in evidenza
Guru Ji dice Et rāeh pat pavəṛīā, su questo cammino ci sono gradini che conducono al marito. Salili, per diventare uno, ciaṛīè hoe ikīs.
ਸੁਣਿ ਗਲਾ ਆਕਾਸ ਕੀ ਕੀਟਾ ਆਈ ਰੀਸ ॥
"Suṇ galā ākās kī kīṭā āī rīs ॥."
Suṇ, ascoltando, galā, i discorsi, ākās kī, di idee celesti, ascoltare i discorsi celesti suṇ galā ākās kī, kīṭā āī rīs. Gli insetti iniziano a imitare. Su questo cammino, troverai molti impostori. Molte persone che imitano i ricercatori spirituali, che imitano maestri spirituali e che ci sono pochissime persone che stanno realmente percorrendo questo sentiero. Guru Ji sta evidenziando tutto cio’, ci sta mettendo in guardia da questi ostacoli. Ci sono solo pochissime persone che riescono a salire questi gradini, ma sono molti quelli che cercano di farti credere di aver gia’ percorso tutti questi gradini, ci sono molti altri che cercheranno di convincerti di averlo gia’ fatto. Sentono di questi concetti spirituali, e poi imitano quello che hanno sentito, parlano ma non hanno la grazia per andare fino in fondo.
Quindi, essere in grado di parlare di concetti e idee spirituali che hai sentito da altri non è la stessa cosa che conoscere realmente l’esperienza. E oggi siamo diventati così abituati ad ascoltare chiunque e tutti quelli che sono in grado di parlare di queste cose, ma come facciamo a trovare quelli che hanno realmente percorso il cammino? Dove li troviamo? Stiamo persino cercando la cosa autentica? Sembra che nessuno vada fino in fondo. Quindi, chi possiamo trovare che possa guidarci? Invece, il Guru sta semplicemente mettendo in evidenza che ci sono molti impostori, che sembrano spirituali, ma il motivo per cui si comportano in modo spirituale è per un guadagno mondano. Lo fanno per la fama. Lo fanno per i soldi. Lo fanno per l’ego. Lo fanno, ma la loro motivazione per farlo ha a che fare con qualcosa di mondano. C’è qualche cosa di materiale che stanno cercando di ottenere. Anche se si tratta del loro stesso ego. Della loro stessa grandezza. Del loro stesso riconoscimento. E Guru Ji ha parlato di questo e ha scelto con cura la parola keetaa.
Nel settimo Pauri, Guru Ji parla di tutte quelle persone che possono avere fama, possono aver conquistato il mondo, il loro nome può essere conosciuto da tutti, ma Guru ha detto: Gé tis nadər na āvei, ta vāt na puccè ké ॥. Se non hanno la grazia del Divino, alla fine nessuno chiede di loro. Kīṭā andər kīṭ kar, diventano insetti tra gli insetti, dosī dos dharé, sono peccatori e vengono puniti. Queste sono le persone di cui stiamo parlando, Je jug chaare aarjaa hor dasoonee hoe. Navaa khandaa vich jaaneeai naal chalai sabh koe. Se sei famoso, se hai una vita molto lunga, se il tuo nome è conosciuto ovunque.
Questa è keetaa, le persone di cui stiamo parlando. Guru Ji ha già parlato, ma ora ci sta ricordando dove trovarle, in quale punto del cammino dobbiamo stare attenti a loro. Vengono descritti come insetti. Sono quelli che possono aver ottenuto successo materiale, ma non hanno raggiunto la vera realizzazione. Non sono autentici. Sono falsi, sono truffatori. Ed è importante che anche noi cerchiamo di non essere piu’ di quello che siamo. Anche noi dobbiamo cercare di non cadere in queste trappole. Questo è il motivo per cui Guru Ji ci sta chiarendo così tanti stadi, qui e anche nei versi precedenti, il Guru si sta assicurando che noi possiamo identificare le qualità da osservare. Quindi questa è l’importanza del Naam, quella di consentirci di non fare anche di noi stessi degli impostori. In nessun momento dovremmo pensare che, solo perché abbiamo un po’ di conoscenza, allora possiamo fingere davanti al mondo di aver raggiunto questa illuminazione spirituale. Coloro che hanno raggiunto l’illuminazione spirituale, sono quelli che non riusciamo a trovare. Sono coloro che stanno seduti tranquillamente, meditando da qualche parte. Quelli che non hanno raggiunto l’illuminazione, invece, sono quelli che mostrano a tutto il mondo quanto sono illuminati. Dobbiamo essere consapevoli di queste cose. Il Guru ci sta mostrando la via. Tutta la via, tutti i segnali, tutti i modi in cui possiamo essere condotti fuori strada. E il Naam è lo strumento, questo strumento fondamentale che ci sostiene, che semplicemente ci porta avanti. Finché hai il Naam, starai bene.
Ma dobbiamo renderci conto che Guru sta parlando di molti concetti diversi. E sebbene abbiamo detto che recitare il nām è facile, e puo’ essere facile, in realtà è una grande sfida. Ci sono così tante distrazioni, così tanti modi in cui la nostra mente può perdersi, vagare. Quindi non dobbiamo pensare che questo cammino sia una passeggiata nel parco. Non è destinato a essere facile. E il motivo per cui il Guru lo dice in questo modo è per renderci umili, per riportarci con i piedi per terra, per impedirci di lasciare che il nostro ego prenda il sopravvento. Per non farci pensare: "Guardami, ero un peccatore, ora sono religioso. Non meditavo, ora sono un meditatore." Non farci sedurre dall’attenzione che riceviamo da questo. Dal sentirsi dire: "Wow, guarda quando e’ spirituale.” La tua famiglia potrebbe dirti: “Wow! Hai smesso di bere, hai smesso di fare feste, hai smesso di fare tutte queste cose… sei diventato un Giaani, sei diventato un saggio." Potrebbero persino chiamarti Baba Ji. Quindi la tua famiglia comincera’ a darti tutte queste attenzioni, ma tu dovrai essere consapevole del fatto che questo tipo di attenzione non ti fa bene, non e’ qualcosa di cui fare uso a cui doversi aggrappare. Non lasciarti ingannare dal riconoscimento che il mondo ti potrebbe dare. Altrimenti diventerai uno di questi insetti, uno di questi impostori, che in realtà non sono arrivati fino in fondo, ma poiché sono andati un po' più avanti degli altri, ora possono fingere, ora possono predicare al mondo. Questo è ciò di cui sta parlando Guru Nanak Dev Ji, suṇ galā ākās kī kīṭā āī rīs. Gli insetti hanno sentito parlare di questi concetti spirituali celesti, e ora iniziano a imitare ciò di cui hanno sentito parlare. E Guru conclude il verso dicendo:
ਨਾਨਕ ਨਦਰੀ ਪਾਈਐ
Otterrai tutto questo solo con la grazia.
ਕੂੜੀ ਕੂੜੈ ਠੀਸ
kūṛī kūṛè ṭhīs.
Nanak dice che tutto questo si ottiene solo con la grazia, kūṛī kūṛè ṭhīs. kūṛī significa i falsi, coloro che sono falsi, kūṛè ṭhīs, che fanno discorsi falsi, ṭhīs significa vantarsi, ostentare. Nānək nadrī pāīè. Guru Nanak Dev Ji dice che tutto ciò che si ottiene solo tramite la grazia del Divino. I falsi si vantano falsamente. Ma la loro ostentazione è priva di sostanza, e’ falsa. E ci viene ricordato che cio’ viene solo attraverso la grazia.
Senza grazia, non abbiamo alcuna autorità per discutere la vera natura del Divino. Ricorda questo, ogni volta che pensi che la tua opinione su Dio sia migliore di quella di qualcun altro. Da dove viene la tua opinione? È qualcosa che hai sentito? È qualcosa che hai letto? O è qualcosa che hai conosciuto? Sii onesto con te stesso. Abbiamo così tanto orgoglio nella nostra conoscenza, abbiamo così tanto orgoglio nei concetti che ci sono stati esposti, che dimentichiamo che l'orgoglio è più significativo dei concetti stessi. Pensiamo: "Guarda quanto sono intelligente, guarda quanta conoscenza sono riuscito ad acquisire." Ma c’è un orgoglio sottostante che è un problema molto più grande. Il concetto è solo questo. È solo un concetto. Non è qualcosa che hai realmente conosciuto, è come avere un’idea di come sia l’oceano senza mai essere stato vicino all’oceano, senza mai aver visto un’immagine dell’oceano, senza mai aver nuotato nell’oceano. Puoi avere tutte le idee che vuoi, ma rimangono solo immaginazione. Potresti inizierai a discutere con qualcun altro, affermando che la tua immaginazione è migliore della sua immaginazione. Ma nessuno dei due ha mai nuotato nell’oceano. Nessuno dei due ha mai visto l’oceano. Nessuno di noi sa cosa sia Dio, eppure siamo così pronti a discutere su come la nostra definizione di Dio sia più corretta di quella di qualcun altro. Ricorda questo: il tuo orgoglio è ciò che ti impedisce addirittura di intraprendere il viaggio. Proprio l’orgoglio che hai nel pensiere: "Io so già cos'è Dio", è ciò che ti impedisce di camminare veramente sul sentiero che porta a Dio. Potresti essere così convinto di sapere già tutto su Dio da non sentire nemmeno il bisogno di percorrere il cammino verso di Lui.
Perché pensi di sapere. E vediamo questo accadere continuamente. Lo vediamo così spesso tra le generazioni più anziane dei Sikh, che dicono: "Bachan... insegna ai bambini." Ma ti sei mai chiesto: "So davvero tutto? Ho imparato davvero tutto?" Molti di loro sono convinti di sapere. Pensano: "Noi sappiamo cosa dice il Guru, sappiamo come fare il nostro paath, abbiamo mantenuto i nostri kesh, hun bachan sikhao, ora dobbiamo insegnarlo ai bambini." E, naturalmente, è importante trasmettere la conoscenza alla prossima generazione, ma non essere convinto di sapere già tutto. Se pensi di sapere, allora non sei diverso da ciò che Guru Nanak Dev Ji dice: Suṇ galā ākās kī. Hai solo sentito queste idee, ma non le hai conosciute. kīṭā āī rīs, stai solo imitando. E poi kūṛī kūṛè ṭhīs, stai solo parlando a vuoto, pronunciando parole inutili. Fino a quando non conosci veramente, fino a quando non hai avuto Nānək nadrī pāīè, fino a quando non l'hai ottenuto veramente—pāīè significa "l’ho ottenuto, l’ho ricevuto, sono qui sono arrivato alla cima." Il Guru dice che questo si ottiene solo con la grazia, e se non hai quella grazia, allora non pensare di avere qualcosa.
Wahe Guru Ji Ka Khalsa, Wahe Guru Ji Fateh