Jap(u) significa ripetizione meditativa, Jī significa essenza spirituale. Jap(u) Jī è la realizzazione dello spirito attraverso la ripetizione.
Jap(u) è una tecnica di meditazione basata sulla ripetizione continua e cadenzata, silenziosa, sussurrata o ad alta voce, di un suono, una parola, una formula o mantra, che grazie a caratteristiche ritmiche e frequenze specifiche agisce sulla respirazione, sulla mente e sulla psiche di chi lo pronuncia.
...
Nel caso del Jap(u) Ji, si tratta di una Shabd: un componimento poetico lungo, che inizia con il Mool Mantra (Mantra Radice), termina con un Salok (componimento breve), ed è articolato in 38 Pauri , ovvero stanze o letteralmente gradini, che descrivono le tappe della maturazione della consapevolezza, le sfide mentali e i doni che si incontrano sul sentiero della vita. Questo poema spirituale ci offre sia insegnamenti pratici da mettere in atto nella quotidianità che rivelazioni sulla natura dell’universo e dello spirito che tutto pervade.
La qualità vibratoria della Shabd fa sì che, meditando e ripetendone i suoni, non solo si mettano in atto i processi di pulizia dell’inconscio, focalizzazione mentale e armonizzazione dati dalla ripetizione del mantra, ma si arrivi a un livello più profondo: l’attivazione del DNA spirituale, ovvero il risveglio della pura consapevolezza e l’esperienza dell’unità dell’essere.
Una pratica che proviene da una conoscenza antica dell’essere umano e del suono, secondo la quale la vibrazione costante di determinati suoni può innescare profondi processi trasformativi. Prima di tutto, cambiano i modelli di pensiero e di comportamento inconsapevoli, reattivi e distruttivi. Questi cambiamenti aprono la strada alla manifestazione al vero sé e alla sua azione nel mondo. La ripetizione meditativa e intenzionale nutre il seme spirituale, attiva il potenziale di consapevolezza che una volta dischiuso comincia naturalmente a sbocciare, a fiorire ed esprimersi in relazione armoniosa con la totalità della creazione.
La ripetizione del suono sacro è una tecnica nota a molte tradizioni mistiche; da anni, i suoi effetti sono oggetto di studio di fisici, medici, psicologi e ricercatori spirituali.
Secondo una concezione del suono che attraversa praticamente tutte le filosofie e le religioni dell’India, grazie alla pronuncia corretta e alla proiezione focalizzata di un mantra o di una Sahbd ripetuta a ritmo stabile, coordinato alla respirazione e sostenuto dal punto nabhi o punto dell’ombelico, è possibile che la/il praticante si sintonizzi, accordandosi come la corda di uno strumento musicale, allo stato di coscienza a cui corrispondono quelle vibrazioni. Un cambio di frequenza che può condurre a esperienze di risveglio, ricordo della verità ed esperienza del divino, perfino alla liberazione.
È ora possibile cogliere meglio il senso del titolo dell’opera principale di Gurū Nānak, tradotto generalmente con meditazione, o canto, dell’anima.
Le parole che compongono la sua opera non riguardano un vissuto arbitrariamente soggettivo o l’acquisizione di qualche superpotere mentale, ma sono il distillato dell’informazione spirituale onnipervadente di cui egli fu incarnazione e veicolo, e in quanto tali vibrano all’unisono con l’essenza di chiunque le pronunci.
Secondo Nānak, lo spirito incarnato, jī, può ricordare la sua origine e conosce intimamente la direzione da seguire: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per realizzare la verità non è obbedire a un dogma o svolgere posture complesse e rituali, ma sbarazzarci delle strutture di pensiero che limitano la nostra percezione della realtà intrappolandoci nella menzogna, per poi immergerci nel cuore e ascoltare la parola divina di cui siamo emanazione.
In un’epoca di violenza, menzogna e confusione come quella in cui il Gurū visse e in cui viviamo tutt’ora, il Jap(u) Jī offre a chi è smarrito la mappa del ritorno a casa, il filo d’Arianna che permette di attraversare il labirinto dell’illusione, tanto personale quanto collettiva, senza perdersi.
Spiega l’inizio, lo svolgersi e il concludersi del viaggio del vero sé nel mondo, restituisce la saggezza, l’appagamento e la realizzazione dell’assoluto all’intimità della dimensione interiore.
Data la natura mistica dell’opera, unita al fatto che il linguaggio in cui è composta non permette un approccio grammaticale in senso stretto, è fondamentale che chiunque legga rifletta autonomamente sul messaggio poetico trasmesso dalle immagini, dagli insegnamenti e dall’esperienza diretta dei suoni.
È buono ascoltare profondamente la vibrazione, lasciarsi ispirare e comporre la propria poesia a partire dall’esperienza della ripetizione del canto, esperienza che non si limita alla comprensione intellettuale del testo ma si manifesta nella risonanza interiore che genera.
Il Jap(u) Jī abbraccia molte dimensioni e si presta a diverse possibile interpretazioni e traduzioni, nella sua semplicità riecheggia l’essenza divina che tutto pervade e la vastità del sentire umano si dischiude con naturalezza, parlando direttamente a chiunque lo legga con amore.
Jap(u) Ji - Lettura
Leggi il Japji Sahib semplificato
Un Japji Sahib in italiano per iniziare a leggere, con font grandi, traduzione letterale e senza gurmuki.