La settimana scorsa abbiamo iniziato la sezione sul Manne

Dopo i quattro Pauri di suṇi-eh abbiamo iniziato la sezione sul manne, e il primo era il Pauri numero dodici, quello della settimana scorsa, e questa settimana siamo al secondo, il Pauri numero tredici. 

Per ricapitolare, nel primo verso di questa serie sul manne, c’è una grafia diversa per la parola manne rispetto agli altri tre versi. Nel primo verso, la grafia è manne, con una Lāv, e manne si riferisce alle persone che accettano, che hanno conosciuto e accettato. Manne. Manne parla delle persone.

Il Pauri tredici inizia con la parola mannē. E la parola mannē non si riferisce alle persone, ma ai risultati dell’accettazione. Ai benefici dell’accettare. I Pauri tredici, quattordici e quindici parlano tutti di mannē, perché c’è molto poco da dire sulle persone che si trovano in questo stato. 

L’inizio del Pauri dodici dice: manne kī gat, kahī na jāe. Che il livello spirituale, il gat, di quelle persone, non può essere descritto, non può essere scritto, non può essere discusso. È qualcosa che le persone devono conoscere dentro di sé. Se vuoi sapere cos’è il Naam, se vuoi sapere cos’è il Divino, il Niranjan, è qualcosa che devi conoscere dentro di te: ēsā naam, niranjan hoe, je ko Man jāṇē man koe.

E la settimana scorsa abbiamo analizzato la prima parola Mann, quella con il Tippi sopra, che riguarda l’accettazione, mentre la seconda parola in quella linea, man senza la Tippi, si riferisce alla mente. Man con una Sihari. Je ko man jāṇē man, man con una Sihari. Se qualcuno lo accetta e lo ha conosciuto nella propria mente. Chi lo ha conosciuto dentro di sé.

Questo verso, all’inizio del Pauri tredici, inizia descrivendo i risultati dell’essere in quello stato. Se Guru Nanak Dev Ji ha iniziato il verso precedente dicendo manne kī gat, kahī na jāe, dobbiamo capire che Guru Nanak Dev Ji non sta cercando ora di spiegare il loro gat. Guru Nanak Dev Ji qui non sta cercando di descriverli, ma sta semplicemente enunciando i benefici di essere in questo stato, quasi come un incoraggiamento per noi.

Nello stesso modo in cui sono stati descritti i Pauri di suṇi-eh. Parliamo di suṇi-eh, īsar barmā inde, raggiungi il livello di Shiva, di Brahma, di Vishnu, di Indra; suṇi-eh, sekh pīr pātsāh, questi sono i livelli a cui la società guarda con rispetto, gli stati che la società glorifica. Guru Ji dice che anche solo ascoltando si raggiunge quello stato, che anche solo conoscendolo dentro di sé, si può raggiungere quello stato.

Guru Ji sta usando ciò come un incoraggiamento. Non nel senso letterale di dire che diventerai un re o uno Sceicco, ma si tratta di un livello spirituale. Guru Ji sta cercando di dire che in realtà il livello che puoi raggiungere va oltre quello che raggiungeresti. Glorificando queste persone, questi leader mondiali o le celebrità più famose. 

Qui Guru Ji inizia parlando dei benefici. All’inizio del Pauri tredici, Guru Ji comincia dicendo: 

mMnY suriq hovY min buiD
mannē, surat hovē man Budh.

Nota la differenza di pronuncia tra manne e mannē. Mannē, surat hovē man budh. La parola surt deriva da surti. Qui, Guru Nanak Dev Ji sta iniziando a delineare ciò che è comunemente noto sui quattro aspetti della coscienza.

All’interno della tradizione indù, la coscienza è stata suddivisa in sottolivelli. Che cosa ci rende coscienti? Che cos’è la mente? Da cosa è composta? Quali sono i suoi elementi? Nelle antiche scritture indù, la coscienza è stata chiamata Antaḥkaraṇa

L’Antaḥkaraṇa , che significa coscienza, ha quattro livelli, e questi quattro livelli iniziano ad essere descritti qui. Guru Ji fa riferimento ad alcuni di essi in questo punto, ma più avanti, verso la fine del Japji Sahib, Guru Ji li menzionerà tutti e quattro.

 Tithē gharhīē, surt mat man budh; qui, Guru Ji sta parlando solo di due di questi aspetti, man e budh. Allora, quali sono questi quattro livelli, questi quattro aspetti della nostra mente? 

Perché, se ci pensi, il corpo è molto semplice da comprendere: hai le braccia, le gambe, gli organi all’interno del tuo corpo, ma poi hai questa cosa chiamata mente, che dovrebbe essere una sorta di termine generico. Guru Ji dice che, in realtà, esiste una conoscenza su cos’è questa consapevolezza, di cui siamo fatti.

Quindi, le quattro cose a cui Guru Ji fa riferimento qui sono conoscenze già esistenti e note; è una conoscenza comune: la coscenza è composta da manas, semplificato in man, buddhi, chit e hankhar. Ora spiegherò il significato di queste parole e approfondiremo di nuovo queste quattro sezioni.

Il primo è man (ਮਨ), o manas (ਮਨਸ): questo è ciò che chiamiamo mente. Invece Mānas (ਮਾਨਸ) si riferisce al genere umano.

[dialogo col publico, incomprensibile]
Mānas; invece questo è manas, man.
Domanda dal publico: Come si scrive manas?
Con Mumma e Nunna. Man. Diversamente da mān, che si scrive come Mumma, Kanna e Nunna. Dove vedi la frase mānas ki jāt, questo si riferisce all’umanità.

Invece questo è man. La traduzione più semplice:
( Domanda Incomprensibile dal pubblico)
Manas, in sanscrito o in alcune delle lingue vediche, sarebbe chiamato manas. E queste cose sono scritte negli Upanishad, nei Purana e in altre antiche scritture. Esse entrano nei dettagli di questi aspetti. Guru Ji non entra nei dettagli, li sta semplicemente delineando.

Quindi man (ਮਨ), la mente, ha come funzione chiave la determinazione e la forza di volontà. 

Man controlla la determinazione e la forza di volontà, ma in essa esistono anche desideri ed emozioni. Man rappresenta la determinazione o la forza di volontà: quella parte di te che decide di fare qualcosa o di non farlo.

Budh rappresenta l’intelligenza, l’intelletto. È qui che risiede la capacità di ragionare, L’intelletto. Budh è quella parte di te che decide se qualcosa è giusto o sbagliato. Questo è il tuo budh, buddhi. Quando parliamo di Buddha, l’illuminato, ci riferiamo a qualcuno con il massimo intelletto, colui che ha raggiunto la più alta comprensioneè il Buddha. Qesto deriva dalla parola budh. Budh è il luogo in cui decifri, dove stabilisci i tuoi valori morali più profondi, le tue idee e i tuoi ideali più radicati. Qui risiedono l’intelligenza e la saggezza.

La prossima è Chit, chit include anche surat. Surt e chit sono utilizzati all’interno di questa categoria. Chit è quella parte della mente che riguarda la memoria. Ancora oggi, diciamo chit te rakhna o gal chite rakhna: “tienilo a mente,” “ricordati di questa cosa”. Surt, che fa parte di quest’area, riguarda la consapevolezza del momento presente. Entrambi, si riferiscono alla consapevolezza di qualcosa che accade nel tempo. Surt, o surti, si riferisce alla consapevolezza di qualcosa che sta accadendo ora, nel presente. Chit si riferisce a qualcosa che è già accaduto, al porre la propria consapevolezza su qualcosa che è avvenuto: la memoria. Quindi sono entrambe collegate: surt, ogni volta che parliamo di surti del qui ed ora, chit si riferisce alla memoria, al ricordare qualcosa.

L’ultimo aspetto è Ahankar. Questo rappresenta l’identità personale: “Io sono“. È qui che risiedono tutti i tuoi attaccamenti. Quando sei attaccato a qualcosa, non è semplicemente un pensiero; non pensi di essere attaccato a qualcosa, si tratta di qualcosa di piu’ radicato. L’Ahankar è ciò che crea la nozione del: “Questo è cio’ che sono” e noi abbiamo un attaccamento a tutto ciò che rientra negli altri aspetti della mente di cui sopra: siamo attaccati ai nostri ricordi, ai nostri ideali e opinioni, alla nostra intelligenza e ai nostri pensieri. Sono le cose a cui ci piace aggrapparci, buone o cattive, che definiscono chi siamo. Se non avessi ricordi… Potresti avere ricordi ed essere distaccato da quella parte della tua vita, oppure potresti aggrapparti ad essa. 

Molti traumi affrontati dalle persone sono dovuti proprio a causa dell’attaccamento ai ricordi.

Le persone possono trattenere ricordi positivi e dire: “In realtà, ho avuto un’infanzia meravigliosa” oppure possono trattenere ricordi negativi, e ciò che accade con i ricordi negativi è che finisci per riportarli nel presente per essere rivissuti in continuazione. Per esempio, se hai avuto un incidente d’auto, per i giorni successivi potresti continuare a rivivere quell’incidente. La tua mente ha subito un trauma, è accaduto nel passato, ma una parte della sofferenza deriva dal continuare a rivivere quel trauma e riportarlo costantemente nel momento presente. 

E più a lungo fai questo, più trasformi quel ricordo da un semplice ricordo a un’identità. I tuoi ricordi creano la tua identità. Ecco perché Ahankar è come la base. Un litigio è un ottimo esempio, hai ragione, in un litigio continui a rivivere quella discussione.

Ma va anche oltre a questo; abbiamo parlato dell’attaccamento ai ricordi, ma cosa succede se vivi un trauma? La cosa interessante della mente è che non riesce a distinguere tra la realtà e il rivivere una realtà. Per esempio, se subisci un trauma – un incidente, una discussione o qualunque altra cosa – il tuo corpo in quel momento rilascia sostanze chimiche per affrontare quel trauma, parliamo, ad esempio, dell’adrenalina. Penso che abbiano identificato almeno quattro sostanze chimiche chiamate anche “sostanze della felicità“. E questo meccanismo funziona in entrambi i casi: parliamo di ossitocina, serotonina, e di tutte queste sostanze chimiche della felicità. 

Ma allo stesso modo, ci sono sostanze chimiche che vengono rilasciate per affrontare i traumi. Noterai che, ad esempio, quando hai un litigio, il tuo corpo ha una risposta fisica, il famoso meccanismo “combatti o fuggi“. Quando il tuo corpo vive questa esperienza, si trova a gestire le sostanze chimiche rilasciate. Quando la mente rivive quel trauma, il corpo si trova a rilasciare le stesse sostanze chimiche, e lo fa ripetutamente. Questo perché la mente dice: Ecco di nuovo il  trauma, ho bisogno di sostanze chimiche per affrontarlo“, anche se si tratta solo di un pensiero.

 Ora cerchiamo di capire il perché le persone entrano in un ciclo perpetuo: questo accade perchè il corpo si abitua a quelle sostanze chimiche. Cerco di chiarire: quando attraversi un trauma, Il tuo corpo rilascia sostanze chimiche. La tristezza è un esempio di questo. 

La depressione, essenzialmente, funziona in questo modo: il corpo rilascia una sostanza chimica e più il corpo rilascia quella sostanza e più pensa che ne abbia bisogno per sopravvivere. E continua a farlo, ed ecco perché le persone rimangono intrappolate in un ciclo perpetuo di vuvere nel trauma. Non sono più bloccate solo nella mente perché anche il loro corpo sente di avere bisogno di quelle sostanze chimiche.

Così si arriva al punto in cui le persone si trovano costantemente a rivivere il trauma. La mente rilascia le sostanze chimiche, il corpo dice: “Si ho bisogno di sostanze chimiche!” 

Quindi, in sostanza, la depressione è una sorta di dipendenza. 

Diventano dipendenti dalle sostanze chimiche associate alla depressione. 

Lo stesso vale per chi cerca costantemente uno stato di euforia, una “carica“. Le persone che abusano di sostanze stupefacenti fanno la stessa cosa: è il corpo che continua a dire: “Ho bisogno di quella sostanza“. 

Quindi ciò che accade nella mente ha una risposta fisica nel corpo. Questo rende molto più complicato trattare una persona che dice di essere bloccata in questo ciclo di depressione o trauma, proprio perché non è più solo un problema della mente.

La consapevolezza del momento presente” rilascia delle proprie sostanze chimiche. E stai praticamente ripulendo e rieducando il corpo. 

Più a lungo rimani nel momento presente, più ti distacchi dai ricordi passati e ti concentri sul qui e ora, in un momento senza tempo, senza passato, senza futuro, semplicemente osservando dove ti trovi in questo momento. È quasi come se stessi purificando il corpo. Ed è per questo che la meditazione e la consapevolezza del momento presente sono così terapeutiche. Perché ti stanno aiutando a uscire da quel ciclo.

Ahankar è l’attaccamento a tutte queste cose. La tua identità dipende dagli attaccamenti ai tuoi ricordi, alle tue idee, alle tue emozioni. Quindi il tuo man, il tuo budh e il tuo chit creano il tuo Ahankar

Ora, quando comprendiamo che la mente è la parte piu’ determinata di te, capiamo perché Gurbani parla più della mente che di qualsiasi altra cosa. Gurbani non fa riferimento all’Ahankar, non dice: “Oh mio Ahankar, perché sei così?” L’Ahankar è il sottoprodotto di tutte le altre cose, bensi dice: “Eh man meria.” Cio’ perché all’interno della mente risiede la determinazione. 

Oh, mia mente, svegliati al mattino. Oh, mia mente, recita il Naam“. Perché quella è la parte di te che ha l’illusione del libero arbitrio. È la parte che puoi controllare, o almeno è la percezione che tu abbia un controllo. 

Direi che devi allenare la mente. Devi quasi “domare” la mente, ed è qui che entrano in gioco la routine, il Nitnem, il Rehat e tutte queste cose. Questi sono modi per addomesticare la mente. 

È quella la parte che viene continuamente menzionata dai Guru.

Fondamentalmente, il Guru è una conversazione tra lo stato illuminato dell’essere, che è questa consapevolezza del momento presente, che possiamo chiamare Dio, e la mente. Tutto il Gurbani è una sorta di dibattito tra questi due, una conversazione tra i due. 

Ed è per questo che Gurbani parla più della man (mente) che di qualsiasi altra cosa. 

Non parla al budh; il Gurbani non riguarda la razionalità, non sta parlando alla mente razionale, anche se Gurbani è di per sé molto razionale. 

Sta facendo riferimento alla parte di te che possiede la forza di volontà. La parte di te che prende quella decisione al mattino, dicendo: “Devo svegliarmi? Devo alzarmi dal letto?”.

Ora, puoi iniziare a capire perché Gurbani fa riferimento alla man più di qualsiasi altra cosa. 

E perché Gurbani utilizza il Rāg per influenzare quel messaggio. Rāg significa emozioni. Crea un’emozione diversa, e l’emozione è il mezzo, il veicolo attraverso il quale il messaggio viene portato alla mente.

In realtà, non abbiamo nemmeno cominciato a studiare le vibrazioni del Gurbani e dell’effetto che ha sulle cellule, e al suono come una tecnologia, come frequenze.

Quindi, qui Gurbani sta semplicemente dicendo che stiamo parlando di due di questi elementi, senza entrare nei dettagli. Sta dicendo: mannē, surt hovē man budh. 

Surt significa che, con l’accettazione, diventi consapevole nel momento presente: Surti. La consapevolezza nel momento presente è il risultato di questo stato di mannē. Surt hovē e ottieni budh, ottieni la vera intelligenza dentro la mente: Man budh. Qui, la parola man è quasi un termine che include tutto. 

Budhi non è un luogo, budhi è una cosa. È intelligenza. Qui, si parla di intelligenza dentro la mente. Ma qui, la parola “mente” non fa riferimento a manas, è più un termine che include tutto. 

Dentro di te, arriva l’intelligenza. La vera intelligenza.

Quindi, mannē, accettando; Surt, consapevolezza, hovē, avviene, arriva. 

Man, con una Sihari, all’interno della mente ottieni budh. Questa intelligenza, questa comprensione. Quindi, dissolvendo il tuo ego, essendo in questa assoluta tranquillità dentro di te, attraverso l’accettazione, avviene la consapevolezza e all’interno della mente si manifesta l’intelligenza: mannē, surt hovē man budh.

mMnY sgl Bvx kI suiD
Mannē, sagal Bhavan kī sudh.

Sagal significa tutto. Bhavan, se notate, la parola bhavan non ha un Aunkar, la parola bhavan significa mondi, o mondo se è singolare, mondi se è plurale. Qui, la parola è Mukta, non ha Aunkar, significa che è una parola plurale.  Mannē, sagal bhavan kī sudh. Sudh significa copertura, informazione, notizie, informazioni attuali. Con l’accettazione, si ottiene la conoscenza di tutti i mondi: sagal bhavan kī sudh

Ora ci sono molti modi in cui possiamo interpretare questa linea. 

Un modo per interpretarla è che conoscendo dentro di te, ti rendi conto che quella verità che è dentro di te, quell’informazione che hai trovato dentro di te, ti farà capire che tutta la realtà contiene la stessa verità. La stessa verità che è dentro di te, la stessa esperienza che è dentro di te, capirai, otterrai l’informazione che questa stessa verità esiste in tutti i mondi, ovunque. Sagal bhavan

Quello che comprendi, in relazione alle informazioni precedenti che sono state condivise su questi mondi, è che ci sono più livelli, dimensioni, dove esistono dimensioni celesti, e dimensioni demoniache più basse. Ma quando conosci la verità, saprai che non c’è nessuno spazio demoniaco e nessuno spazio celeste. O più precisamente, non esiste nessuno spazio dove il Divino non esista. 

Se ci sono più cieli e più inferni, sono solo diversi livelli di quella Unità. Non è che l’Unità esista nel cielo, e qualche essere satanico esista nell’inferno. Non c’è nessun luogo, nessun mondo, dove il Divino non esista. Quindi anche se finisci all’inferno, con questa comprensione sai che l’inferno è anch’esso una parte del Divino. È parte dello spettro divino. 

Tutti gli esseri demoniaci, fantasmi e qualsiasi altra cosa tu possa credere, sono tutte diverse manifestazioni dell’Uno. E tutti gli esseri angelici, e tutte le divinità, Devi e Devde, sono tutte parti dell’Uno. Questa è la vera informazione che comprendi su tutti i mondi. Quando lo sai dentro di te. Mannē, sagal bhavan kī sudh.

mMnY muih cotw nw Kwie
Mannē, muhe chhoṭā nā khāe.

La parola muhe significa viso, con la  Sihari significa sul viso. Chhoṭā  significa ferite, lacerazioni. Nā khāe significa che, con l’accettazione, non si subiscono ferite sul viso.

(Dialogo col publico) Khāe, sì. In Punjabi diciamo, sat khalarie… sì. Sat viene dalla parola chhoṭā. Sì, khā. Quindi significa che stai sopportando, stai ricevendo. 

Cosa intendiamo? Muhe chhoṭā nā khāe, non significa che non riceverai nessuna livido sul volto. Non significa che nessuna ferita fisica potrà mai toccarti, non è di questo che si sta parlando. Perché se guardiamo la nostra storia, vediamo che tutti i grandi Shahidi, quelli che sono morti in battaglia, sono stati feriti. Quindi questo non significa che non avrai ferite sul volto, qui c’è un significato più profondo. 

Una delle interpretazioni potrebbe essere che, se la linea precedente parla di cieli e inferni, una delle idee potrebbe essere che quando vai all’inferno, sarai picchiato e torturato. Ma se sei in questo stato, questo implica che quegli esseri demoniaci non potranno toccarti. Quindi non sarai picchiato dal messaggero della morte, dai demoni dell’inferno.

Un’altra interpretazione è che il tuo viso non mostra le cicatrici di molte turbolenze emotive. Se sei una persona che ha attraversato molte difficoltà nella vita, questo si riflette sul tuo volto. E’ possibile capire quando qualcuno ha vissuto una vita difficile. 

Ma quando hai lasciato andare tutte quelle cose, questo si vede. 

Una delle cose che puoi notare, se mai ti capiterà di incontrare qualcuno che ha versato molte lacrime, è che puoi vedere quasi come se vedessi le lacrime sul loro viso anche quando non stanno piangendo. Puoi vedere che c’è una sorta di oscurità intorno ai loro occhi, come se stessero piangendo costantemente. E puoi vedere anche dietro al loro sorriso che ci sono lacrime. 

Quindi, sul tuo volto tu mostri la sofferenza e il trauma che hai vissuto. 

Ma il mannē, essendo una persona che ha lasciato andare tutte quelle cose, che si è distaccata da esse e dal proprio passato, non mostrera’ sul suo volto tutto ciò.

Vedi, proprio alla fine di Japji Sahib diciamo: “Jinī naam diāiā, ghi masakat ghāle,” coloro che meditano sul Naam, percorrono un cammino difficile; ma: “Nānak, te mukh ujule.” Nanak dice che i loro volti sono radiosi, coloro che hanno meditato sul Naam hanno volti radiosi: “Te mukh ujule.”

Ketī chhuṭī nāle: e quante altre persone portano con sé. 

Quindi questo fa riferimento ad un’altra maniera di tradurre questa riga, Mannē, muhe chhoṭā nā khāe, significando che non portano più il peso di tutte le loro sofferenze passate sul loro volto. Perché non si attaccano al passato, non si attaccano alla loro sofferenza. 

Sono andati oltre la parte di Maya che li riguarda, al punto tale che riescono semplicemente ad osservare l’Hukam mentre si manifesta, riuscendo a mantenersi distaccati dallo stesso. Non sono influenzati dall’Hukam. 

L’intero mondo, l’universo che si sviluppa, è solo un gioco, una recita. Perché anche se il loro corpo sta sopportando dolore, essi esistono in un luogo aldilà di questo.

Ora pensate al nostro quinto Guru, lo Shaheed , al martirio, alla tortura che ha subito, eppure si rivolge alle persone che parlano con lui, come se gli fosse indifferente, parlando con loro come se fosse in uno stato di beatitudine. Il suo corpo viene bruciato, ma il suo essere, la sua mente è in uno stato di beatitudine. Perché è sempre nel Naam, ha trasceso il corpo. 

Non è lì seduto nel corpo, nella sofferenza. Sta soffrendo, il suo corpo sta soffrendo, ma lui non sta soffrendo, è aldilà di quella sofferenza. Sta semplicemente osservando la sofferenza come qualcosa che sta accadendo. Mannē, muhe chhoṭā nā khāe, che anche al limite della morte, non stanno soffrendo. E questo si collega alla riga successiva.

mMnY jm kY swiQ n jwie
Mannē, jam kē sāth na jāe.

Qui, la parola “jam” si riferisce a Yaa Raja, il re dei morti. Quello che ti porta nel regno dei morti, colui che viene a prenderti. In inglese, lo chiamiamo il mietitore. Nelle tradizioni abramitiche, è stato riferito come Azrail, l’angelo della morte, dell’oscurità.
Anche Gurbani fa riferimento alla parola Azrail, che è un termine utilizzato in alcune tradizioni abramitiche. 

Penso che Gurbani non entri in queste nozioni, non approfondisce, perché se tutto è Ek, allora tutto è una funzione dell’Unità. Parte dell’”Uno che è tutto” è creare, e parte dell’“Uno che è tutto” è distruggere. Quindi non li vediamo come esseri individuali, come Devi e Devta, ma vediamo tutto come l’Uno. Se l’Uno si manifesta come morte, o come un qualche messaggero della morte, è comunque parte dell’Uno. Questo è ciò che Ek ong kār ci permette di comprendere, ci offre una comprensione olistica e completa.

Non puoi distaccarti dall’Uno, devi distaccarti da te stesso. Non puoi separarti da nulla, ma puoi semplicemente riconoscere tutto come parte dell’Uno. 

Questo concetto si ricollega a ciò che riguarda le persone che sono in mannē, in questo stato, hanno trovato una parte di sé che è Akāl Murat. Hanno scoperto una parte di sé che non morirà mai. 

Quando muori, il corpo muore, la mente muore, ma, per usare un termine semplice, diciamo l’anima, chiamiamola pure anima; se l’anima non muore, allora loro esistono dentro quell’Atma. Esistono nell’Atma, e l’Atma non può essere toccata dalla morte. 

La morte non viene a prendere la tua Atma, prende e separa l’Atma dal corpo. Ma non può uccidere l’Atma. E loro diventano Atma. Ma si tratta di distaccarsi da ogni parte di ciò che pensi di essere. L’intera idea di “non seguire la morte” si basa sul trovare quella parte di te che è Akāl Murat. Trovare la parte di te che non è mai nata e non morirà mai. Questo è ciò che fanno le persone che sono in mannē; hanno trovato dentro di sé ciò che non morirà mai. E così la morte non verrà più a prenderli. Mannē, jam kē sāth na jāe.

AYsw nwmu inrMjnu hoie
Esā nām, niranjan hoe.

Quindi, se guardiamo alcune di queste righe che abbiamo trattato finora, notiamo che in realtà esse ripetono alcuni dei temi che abbiamo visto anche in suni-eh. Il primo verso di suṇi-eh è molto simile a questo. Lì, abbiamo parlato di suṇiē, dhart dhaval ākāse: “Saprai della terra, dei cieli e dei cieli.” E qui, abbiamo detto mannē, sagal bhavan kī sudh: “otterrai informazioni su tutti i mondi”. 

Suṇi-eh dip loa pātāl. E lì dice anche suṇi-eh, pohē na sakē kāle. La morte non può toccarti. E qui, dice mannē, jam kē sāth na jāe. 

Quindi non si sta facendo una distinzione come se suṇi-eh fosse il livello uno, e mannē  fosse il livello due o qualcosa del genere. È semplicemente l’idea che le persone che, sono le persone di suṇi-eh, si dice nānak bagtā sadāvigāse. Si riferisce a quelle persone che sono in quello stato, che hanno capito e vivono in quel modo come Bhagats. Quindi non bisogna vedere gāvē, suṇi-eh e mannē come livello uno, due e tre; sono tutti e tre necessari. La persona che ha perfezionato la sua vita è quella che ha vissuto tutte queste esperienze: gāvē, suṇi-eh e mannē.

Quindi, esā naam, nirānjan hoe,

jy ko mMin jwxY min koie
je ko man jāṇē, man koe.

 Questo è il modo in cui conosci il Naam, questo è il modo in cui conosci quell’essere “privo di Maya”, quando accetti e lo conosci dentro di te: je ko man jāṇē, man koe

Puoi udire qualcosa, e farla tua o meno. Una delle interpretazioni più semplicistiche di questo è che si parla in termini di “ascoltare il messaggio del Guru, accettare il messaggio del Guru e vivere secondo lo stesso”.

Penso che sia una semplificazione eccessiva, solo l’ascoltare il messaggio del Guru, come può darti quello stato di pohē na sakē kāle? Sai, solo sedersi e ascoltare, ascoltiamo il Kirtan tutto il tempo, ma non è quello.


(Dal publico):  Ma stiamo ascoltando davvero? 

Ed è per questo che quando abbiamo trattato i suṇi-eh, abbiamo parlato di almeno quattro livelli di ascolto: sentire, ascoltare, percepire, qualcosa del genere… avevamo quattro livelli. 

E di nuovo, ci sono modi semplificati di tradurre questo, e ci sono modi piu’ profondi e spirituali di tradurlo, che riguardano l’essere in uno stato di semplice ascolto di te stesso. Sei in un ascolto profondo dentro di te, ed è per questo che cerchiamo di fare un po’ di questo nelle meditazioni. Questo è uno stato molto calmo, molto tranquillo, semplicemente osservando ciò che c’è adesso. 

E quando osservi e cominci a trascorrere del tempo in quel “te stesso”, e scopri che in realtà, questa è la verità, c’è davvero qualcosa che hai trovato, hai conosciuto, e dici, “Ora lo capisco, l’ho visto, l’ho assaporato. Lo sto vivendo”. Questo penso sia mannē.

Suṇi-eh è intraprendere il viaggio, ma essere in quello stato e uscire da esso all’altro lato è per le persone che sono mannē , che dicono: “Ci sono stato, l’ho fatto.” 

L’unico modo in cui posso descriverlo è come nuotare in un oceano. Uno va dentro a nuotare, quello è il suṇi-eh, la parte esplorativa. Mannē  è uscirne e dire: “Lo so. So cos’è l’oceano, ora non ho più bisogno della descrizione di nessun altro su cosa sia l’oceano, ci sono stato, ci ho nuotato, l’ho fatto”. Questo è l’oceano di te stesso. Edè un oceano, è vasto, lo è, ma devi andare e conoscerlo. Devi vedere cosa c’è da solo. Ma meno da esploratore, e più semplicemente come “Essere nell’oceano di te stesso”.

Fare l’esperienza di quella parte di te stesso, ed è per questo che si usa la parola niranjanEsā naam, nirānjan hoe. Sperimentare la parte di te che non è emozioni, che non sono pensieri, che non sono memorie, che non è identità. Quando togli tutto questo, cosa ti resta? Questo è ciò di cui stiamo parlando. Cosa ti resta? E questo, non ti può essere insegnato. Non puoi leggere su questo. Devi semplicemente conoscerlo dentro di te. Esā naam, nirānjan hoe

Se vai e lo conosci dentro di te, je ko man jāṇē, man koe. Il secondo “man” ha un Sihari, dentro di te. Se vai e l’hai visto dentro di te, l’hai capito e l’hai accettato dentro di te, allora saprai cos’è il Naam, allora saprai cos’è questo niranjan. Perché sei andato e hai trovato quella parte niranjan di te.

Thāpiā na jāe, kītā na hoe, non è qualcosa da creare in te, non è qualcosa che devi andare a fare. Ape āp, niranjan soe, è lì, è semplicemente lì. Ape āp, niranjan soe. Jin seviā, quelli che sono andati e hanno servito quella parte, tin pāiā māne, sono quelli che sono onorati. Sono quelli che hanno la vera gloria nella vita. Quelli che sono andati e l’hanno trovato. 

Che ape āpe āp, niranjan soe, che è già lì, ma è nascosto dietro tutta questa roba. Pensa a questi come strati di una cipolla. Tutti questi strati vanno sbucciati, uno per uno, devi entrare, devi continuare ad esplorare, fino a quando non troverai dentro di te ciò che dice: “Io sono Te“. Questa parte che chiamo “Io sono“, in realtà quella è ciò di cui sto parlando. Non l’idea di “io sono“. Quando sei dentro te stesso, dici, la parte che dice “io sono qui“, “posso sentire che sono qui“, quel “io sono” non sono io, quel “io sono” sei Tu. 

E lì, al livello più profondo di te stesso, se vai dentro a quello, allora introduci il mantra a quel livello. Il mantra che dice, dentro di te :”tuhi, tuhi”, questo sei tu, questo sei tu, questo sei tu. Perché hai trascorso tutta la tua vita con quella consapevolezza di te, l’hai definita come te stesso. Hai detto, “questo sono io”. Ogni giorno questo mantra dentro di te continua a ripetere: “questo sono io, questo sono io, questo sono io.” 

E questa è ciò che il mantra fa. Tutti questi stanno facendo il mantra di se stessi, stanno solo alimentando questo [errore]. Devi andare oltre e dire: “In realtà, questo sei Tu”.

Khanniāhu tikhi vālahu niki et mārag jānā. Non sarà facile, è un cammino sottile come un singolo capello e affilato come un coltello. Questo è il sentiero che percorrerai.