Oggi siamo al Pauri numero dodici. 

Le quattro strofe precedenti si sono concentrate sulla gloria di colui che ha raggiunto uno stato di profonda e completa consapevolezza attraverso l’ascolto. Le quattro strofe successive parlano dello stato delle persone descritte come Mannè. Iniziamo cercando di capire la scrittura di questa parola e il suo significato.

In questa strofa incontreremo due parole che suonano esattamente allo stesso modo, con una variazione molto sottile. La prima parola, che abbiamo già incontrato più volte, è Man (min), che si riferisce alla mente. Una parola con un sihari di solito significa “all’interno di quell’oggetto”. Quindi qui, man con un sihari è “all’interno della mente”, “dentro la mente”.

La seconda parola ha un piccolo segnetto (tippy) sopra, e questa parola non significa mente, ma accettare, Mann. In punjabi, potremmo dire, gāl mann, “Accetta ciò che sto per dire.” 

Quindi qui in Gurbani, la grafia di queste due parole è leggermente diversa, e in questa seconda parola, c’è un po’ più enfasi sul suono “n”: mann, accettare, sapere.

Questa parola mann ha anche alcune varianti. 

All’inizio di questa strofa troveremo la parola mannée. 

Se la parola mann significa accettare, mannée si riferisce alle persone che accettano. 

La parola mannée parla delle persone che si trovano in questo stato mentale. 

Nel verso successivo ci imbatteremo in mannèe. 

Mannée, nel primo verso, è con un Lāv. Nel verso successivo parleremo di mannèe , che ha un Dulāv

Mannèe non si riferisce alle persone, ma ai benefici di essere in questo stato. Man kar ke, mannèe.

Quindi, nella prima strofa parleremo di mannée. 

Questa sezione ha quattro strofe, proprio come la sezione su Sunni-eh , ma qui la prima strofa parla di mannée, le persone. 

Le tre strofe successive parlano di mannèe, i benefici dell’essere in questo stato, il risultato dell’essere in questo stato. Quali sono le conseguenze per queste persone? Qual è il risultato del loro stato?

Quindi questa è solo una breve introduzione di ciò che andremo a trattare: man, la mente, mann, mannée, mannèe, è tutta in relazione ad “accettare”.

Ora, se torniamo ai quattro versi precedenti, pensiamo solo un attimo a ciò che Guru Nanak Dev Ji stava dicendo, dando così tanta enfasi, così tanta grandezza alle persone che erano in questo stato di profondo ascolto, di consapevolezza attraverso l’ascolto, sunni-eh. 

E così tanta grandezza era attribuita a quelle persone, a quello stato, al beneficio di essere in quello stato mentale. 

E parlava di persone che erano equivalenti a Isar, Bharma, Ind, Shekh, Pīr, Patshah. 

Questo è il livello che esse raggiungono.

Quindi ci si potrebbe quasi chiedere: se a quello stato di ascolto viene dato così tanto valore, se praticare Sunni-eh è così importante, se si può ottenere così tanto ascoltando, allora che senso ha andare oltre?

Non è sufficiente ascoltare il messaggio del Guru? 

Perché abbiamo parlato di: je Ek gur ki sikh sunī. Mat vich ratan javāhar mānik, je ek gur ki sikh sunī. Se ascolti anche solo una volta l’insegnamento del Guru, la mente sarà traboccante di diamanti, gioielli e rubini, e le ultime quattro strofe hanno davvero elaborato questo concetto. Non è forse sufficiente?

Nella quinta strofa otteniamo una risposta parziale a questa domanda. Guru Ji dice che, per raggiungere l’obiettivo finale, c’è una combinazione di gāvīe, sunīe, man rakhīe bhāo

Quindi, suni-eh è solo un ingranaggio in quel meccanismo più grande che dobbiamo diventare. 

La dimensione più ampia e complessa in cui dobbiamo entrare. 

E ciò involve gāvīe, cantare; sunīe, consapevolezza attraverso l’ascolto; e man rakhīe bhāo. Quindi qui c’è la parola man, e Bhāo, che è amore, dentro la mente. Questo è ciò che Guru Nanak Dev Ji sta raccomandando: dobbiamo permettere che lo stadio finale, cioè l’amore, penetri nella nostra mente ordinaria di tutti i giorni. 

Vedete, la nostra mente quotidiana è costantemente al lavoro. È una macchina molto raffinata, veloce, che produce continuamente nuovi pensieri, nuove idee, promemoria, ricordi, generando costantemente speranze e desideri. La mente è una fabbrica molto operosa. 

Guru Nanak Dev Ji sta dicendo che quella mente instancabile ha bisogno di un obiettivo amorevole. L’amore deve entrare in quella mente, l’amore deve essere la forza motrice per quella mente. 

La forza motrice principale della mente, di solito, è la sopravvivenza. La mente vuole sopravvivere, e avere successo. Guru Nanak Dev Ji sta dicendo che è l’amore che deve essere la forza motrice finale per la mente.

Quindi mannée è una persona che non sta solo accettando il messaggio del Guru, ma lo ha accolto amorevolmente. Come accettiamo amorevolmente il messaggio del Guru? Come accettiamo ciò che il Guru sta descrivendo come lo scopo fondamentale della nostra vita? 

Il Guru pretende che gli crediamo ciecamente? Sta il Guru semplicemente dicendo: “in definitiva, sono io a comandare, io so meglio, stai zitto e accetta ciò che dico?”.

Perché a volte può sembrare così, che il Guru voglia solo che tu creda, e che tu non sia davvero in uno stato mentale in cui puoi dire: “Capisco davvero cosa è questa cosa.” 

E perché questa Unità e questo messaggio del Divino, e <> (Ek ongkar) e tutte le cose meravigliose di cui abbiamo parlato finora, perché tutto ciò è difficile da accettare? Perché non questo non è diventata la forza motrice della nostra vita?

La verità è che il mondo e le persone nel mondo semplicemente non hanno mai sperimentato questo stato non duale di cui parla Guru Nanak. Guru Nanak sin dall’inizio sta parlando di Ek, del fatto che io e tutto il resto siamo una cosa sola. 

Infatti, non esiste “io”, esiste solo “esso”, ma noi passiamo semplicemente tutta la nostra vita in uno stato mentale completamente differente. Il nostro stato mentale è “me, me stesso e io”, e tutto il resto è secondario, tutto il resto è separato da me. Questo è ciò che chiamiamo dualità. Cè un modo di vivere duale. La parola duale deriva dalla parola “due”, questo è ciò che significa; c’è una divisione, e viviamo all’interno di quella dualità.

Guru Nanak Dev Ji sta parlando di uno stato mentale completamente diverso. 

Quindi, come possiamo accettare qualcosa in cui non siamo mai stati, qualcosa che non abbiamo mai accettato, qualcosa che non abbiamo mai conosciuto? 

Maya è ciò che ci sembra reale. Il nostro corpo sembra reale, il mondo sembra reale ai nostri sensi. 

È molto bello che il Guru si giri e dica: Jag rachnā sabh jhuth hai jān lehu re mīt; 

“O amico, sappi che il mondo è falso. Sappi che il mondo è un sogno”, supne jio sansār.

Guru Teg Bahadur Ji menziona queste cose in Salok mahalā novā: che questo è tutto un sogno, che è falso, che questa non è la realtà, che tutto è temporaneo, ma a noi sembra reale. E sembra reale a causa dei nostri sensi. Perché ciò che possiamo vedere con i nostri occhi, udire, annusare, assaporare, toccare, tutto questo crea la percezione del mondo attraverso questi cinque sensi. 

In punjabi, chiamiamo questi sensi Ghiān indrian. Tutto il sapere che abbiamo si basa su questi sensi. Tutto ciò che comprendiamo si basa su questi sensi. Li chiamiamo Ghiān indrian, i sensi responsabili della nostra comprensione del mondo.

E il Guru ci sta insegnando qualcosa che è l’opposto di tutto ciò che conosciamo, di tutto ciò che possiamo toccare, di tutto ciò che possiamo sentire. Ci sta insegnando qualcosa di completamente opposto. E in effetti, ciò che il Guru ci sta insegnando sembra completamente innaturale. Tutto ciò che sappiamo, e la nostra interazione con Maya, sembra naturale. Quindi come possiamo accettare qualcosa che non abbiamo mai visto?

 

Il Guru vuole forse che tu creda in qualcosa che non hai mai conosciuto, in qualcosa che non hai mai visto? Ma la verità è che tu hai già visto Dio. La verità è che stai vedendo Dio proprio ora. Stai ascoltando Dio proprio ora. Stai toccando Dio proprio ora. Stai assaporando Dio proprio ora. Questa è la verità. Questo è semplicemente il piccolo cambiamento che deve avvenire dentro di te. Lo vediamo in ogni momento. È tutto intorno a noi. È dentro di noi, è noi.

E il nostro problema è che continuiamo ad aspettarci che Dio sia qualcos’altro:”Mr. God.” 

Continuiamo ad aspettare quel tipo, e siamo inconsapevoli dal fatto che tutto ciò che ci circonda è in realtà “quel tipo”. 

Ma noi stiamo ancora cercando “un tipo”, stiamo cercando una persona e continuiamo a chiamarlo Dio. 

E anche se il Gurbani non ha mai usato una parola del genere, abbiamo semplicemente sovrapposto la nostra visione di Dio con la parola Vaheguru

Vaheguru non significa Dio. <> (Ek Ongkar)non significa “Il signor Dio.” 

Ma poiché tutta questa idea di Dio è così profondamente radicata dentro di noi, quando diciamo Vaheguru, guardiamo automaticamente verso l’alto. Paramatma. Arriviamo sino al punto di chiamare Dio Upar vala. Quando Guru Nanak dice che Dio è chiaramente Andar vala.

Quindi il Guru non ti sta chiedendo di credere in qualcosa che non hai mai conosciuto. Il Guru ti sta semplicemente chiedendo di cambiare ciò che sai e come vedi tutto ciò che conosci. Ma tutto ciò che possiamo vedere è Maya

Riflettiamo su questa parola Maya per un momento. Maya è una parola molto interessante che non ha un equivalente in italiano. 

Se volessimo tradurre Maya, potremmo dire forse l’”illusione”. Maya è l’illusione. L’illusione di cosa? L’illusione della separazione. L’illusione che A sia diverso da B. Che io sia diverso da te. Questa è un’illusione. E questa illusione ci sembra reale. Siamo persi in questa illusione.

Quando Guru Ji dice che questo è un sogno, che è falso, non sta dicendo che il pianeta Terra non esiste. Non sta dicendo che il tuo corpo non esiste. Sta semplicemente dicendo che l’illusione della separazione non esiste. 

Quindi questa dualità è un’illusione. Questo è ciò che chiamiamo Maya. Non è che tu non esista, è che tu non sei “te”. 

Qualcosa è qui, ma non sei “tu”. “Tu” sei l’illusione. 

Ora, quando un’illusione cerca la verità, e l’illusione non vuole rompere la propria illusione, come troverà la verità? La verità è tutta intorno a te, ma chi la cerca è bloccato in una bolla di illusione. Cosa deve rompersi? L’illusione deve rompersi. La bolla deve rompersi, e allora la verità, che è sempre stata lì, si rivela. Questo è ciò di cui sta parlando Guru Ji.

Dobbiamo cambiare il modo in cui vediamo il mondo. Come vediamo noi stessi. Come interagiamo con il mondo. Chi pensiamo di essere, questo è ciò che deve cambiare. Se non vuoi cambiare te stesso e stai ancora cercando Dio, quell’illusione non sarà mai spezzata. 

Quando lasci andare colui che cerca Dio, quando realizzi che colui che cerca Dio è il problema, e lasci andare chi cerca Dio, allora tutto ciò che rimane è Dio.

Quindi il Guru non ti sta chiedendo di credere in qualcosa. 

Il “credere” non ha posto nel Sikhismo. Possiamo dire categoricamente che non crediamo in Dio. Qual è lo scopo del credere? Credere significa aver fede in qualcosa che non sai se sia vero. 

Lo ripeto: credere significa porre la fede in qualcosa che non sai se sia vero. Ed è così che tutte le religioni, le pratiche comuni e la società in generale si aspettano che tu creda semplicemente in Dio. 

Ma la relazione di Guru Nanak Dev Ji con il Divino non era una questione di fede. Guru Nanak Dev Ji non “credeva” in Dio. 

Noi stiamo credendo nel fatto che esistiamo, questa è la credenza che abbiamo in questo momento. Crediamo di esistere. Questa è la cosa che deve rompersi, ed è proprio questa la concezione che Guru Nanak Dev Ji sta cercando di distruggere.

Questa è la Maya di cui parla Guru Ji. È molto facile pensare a Maya come a tutto il resto, qualcosa di separato, ma sei tu la Maya più grande. La tua stessa esistenza è Maya, è l’illusione.

E come rompiamo questa illusione? Gāvīe sunīe. Dobbiamo rieducare colui che vive nell’illusione. La mente è addestrata a pensare in questo modo. Dobbiamo rieducare quella mente, e questo è ciò che fanno il Naam, il Mantar e il Saas saas Simran. Quella ripetizione continua, 24 ore al giorno. “Questo sei tu, questo sei tu, questo sei tu. Non sono io”. E le persone che vanno in profondità dentro sé stesse, che ascoltano, che meditano nel nucleo stesso della loro essenza, quell’ascolto profondo, è il trovare il vero sé dentro di sé.

Il passo necessario è andare oltre la propria Maya. Questa è Maya

Sì, è il tuo corpo, sì, è la tua mente, sì, sono i tuoi pensieri, sì, sono i tuoi sensi, ma tutto questo sta dipingendo un’illusione per te, e devi andare oltre. 

Questo è ciò di cui parla quell’ascolto profondo: andare dietro i sensi, al di là dei sensi, e scoprire cosa c’è, quando non ci sono più i sensi. Cosa c’è, quando non c’è più la mente. Cosa c’è, quando non c’è più l’”io”.

Quando vai in profondità dentro te stesso e scopri, attraverso l’ascolto, ciò che il Guru ha già rivelato, dicendoti che questo è già presente. 

Quando trovi questo dentro di te e accetti che questo è la realtà finale, questo è lo scopo supremo della nostra vita, allora diventi mannée

Coloro che hanno visto, che hanno cambiato il proprio modo di pensare attraverso l’esperienza, non attraverso la fede, ma attraverso l’esperienza. 

Coloro che hanno conosciuto sé stessi come qualcosa di più di questa illusione, diventano mannée.

 

Ecco perché Guru Ji inizia questa prima linea dicendo “quelle persone”:

mMny kI giq khI n jwie

Manné kī gat kahī na jāe

Facciamo attenzione alla pronuncia qui. Il primo verso è mannée, mMny, ha una Lāv, è mannée

Il secondo verso in questa serie è mannèe. La differenza è mannée, mannèe. Lāv, Dulāv

Qui stiamo dicendo mannée, colui che comprende costantemente, che sa costantemente. E che ha accettato amorevolmente la verità dentro di sé. 

Mannée è colui che ha accettato amorevolmente la verità della propria vera natura.

La parola gat deriva da gattī, significa livello o stato. Potresti usare la parola Avhasta, il livello spirituale che hanno raggiunto. Guru Nanak Dev Ji dice: Manné kī gat kahī na jāe, non si può descrivere il livello a cui queste persone sono arrivate, lo stato che hanno raggiunto. 

Quindi, lo stato degli “accettanti” non può essere descritto. Se dovessimo tradurre letteralmente questa linea diremmo: “lo stato degli accettanti non può essere descritto.” Questo è il livello supremo.

Una cosa interessante da notare è fino a che punto il Guru Ji abbia descritto il suni-eh:

Suni-eh isar Barmā Ind,

Suni-eh sidh pīr sur nāth,

Suni-eh ath-sath kā isnān,

Suni-eh sEkh pīr pātsāh.

Guru Ji ha dato tantissime descrizioni di questo stato di ascolto profondo. Ma i Manné sono oltre ogni descrizione: attraverso l’ascolto, nel profondo di loro stessi, con una consapevolezza così profonda di ciò che sono, hanno raggiunto un tale livello, una tale profondità dentro di sé, da sperimentare tutta l’unità di sé stessi. Conoscono la vera realtà di ciò che sono, e l’hanno accettata. Questo è ciò che identificano come sé stessi.

In realtà, essi non si identificano affatto con sé stessi; si identificano solo con quella Atma dentro di loro. E allora, come descrivere la goccia d’acqua che si è dissolta nell’oceano? Che non è più la goccia d’acqua, ma è solo oceano? Come descrivere quella goccia ormai? 

Non puoi, perché non ci sono più. Cessano di esistere a quel punto. Ora sono l’universo. Manne kī gat, kahī na jāe.

E ricordati la linea appena precedente: Nanak bhagtā sadā vigās. Sono i Bhagat che si trovano in questo stato. Perché sono in questo stato? La parola sadā qui è molto importante. Non si tratta solo di persone che sono andate lì e sono tornate, si tratta di persone che hanno raggiunto quel livello e sono costantemente a quel livello. 

Nanak bhagtā sadā vigās. Sempre. In ogni momento. Per sempre. Sono costantemente lì. 

Guru Nanak Dev Ji sta parlando di quelle persone, il cui livello non può essere descritto. Sono sempre in quello stato di consapevolezza.

jy ko khY ipCY pCuqwie

Je ko kahē pichhē pachhutāe

Je ko, se qualcuno, kahē, cerca di descrivere, se qualcuno cerca di dirlo, pichhē, pachhutāe. Si pentono, si ravvedono, si rammaricano. Pachhutāe significa quasi soffrire per il rimpianto. E pichhē pachhutāe, torneranno indietro su ciò che hanno detto.

Se qualcuno lo descrive, je ko kahē, finirà per ravvedersi e pentirsi. Pentirsi è una parola più forte di rimpiangere. Rimpiangere significa: “Non avrei dovuto farlo.” Pentirsi significa un profondo dolore per aver fatto qualcosa. Perché? Perché qualcuno dovrebbe provare un tale profondo rimpianto solo per aver cercato di descrivere lo stato dell’Uno?

Vedi, è solo quando inizi un viaggio impossibile, quando inizi quel viaggio, che realizzi l’entità del tuo errore. Prima di iniziare, anche se inizi qualcosa completamente impossibile, prima di cominciare pensi che sia possibile. Solo una volta che provi, e percorri un sentiero completamente impossibile, solo allora ti rendi conto della portata del tuo errore.

Quindi, devono aver iniziato per rendersi conto di quanto sia difficile, di quanto sia impossibile. 

E cosa stanno cercando di descrivere? Manne kī gat, lo stato di queste persone, il livello a cui sono arrivati. Stanno cercando di descrivere proprio questo, e ogni descrizione di un tale livello sarà inadeguata. Sarà imprecisa. Sarà insufficiente.

Facciamo un esempio molto semplice: tutti abbiamo assaggiato la dolcezza di una fragola, ma se ti chiedo di descriverlo, di dirmi il sapore di una fragola, puoi farlo? Sai che sapore ha, ma riesci a descriverlo? 

Potresti dirmi che ha il sapore di un frutto. Beh, quale frutto? Ci sono tanti frutti diversi. 

Ha il sapore di un mango? Ha il sapore di una mela? Ha il sapore di un’arancia? 

Tu dirai: no, non ha il sapore di nessuno di questi. Potresti dire che ha un sapore dolce. Bene, che tipo di dolcezza? È una dolcezza zuccherina? È dolce come il miele? È dolce come il cioccolato? 

E tu dici: no, non è nessuna di queste.

Qual è l’unico modo per spiegarti che sapore ha una fragola? Devo darti una fragola e dirti: eccola, prova tu stesso. Ecco perché Guru Ji parla dello stato dei Bhagats come di quello di gunghe ki mithai. La parola gungha si riferisce a qualcuno che è muto, che semplicemente non può parlare. Quando assaggia qualcosa di dolce, mithai, come può esprimerlo? Cosa può dire? Non ha parole per dirlo. 

Forse, semplicemente guardando il sorriso sul suo volto, puoi farti un’idea di quello che sta provando, ma a meno che tu non lo assaggi, non puoi conoscere quell’esperienza.

E questo riguarda semplicemente l’assaggio di qualcosa di dolce, ed è già impossibile da descrivere. Forse, un giorno, uno scienziato riuscirà a descrivere accuratamente quel sapore. Forse. 

Ma se troviamo difficile descrivere il sapore di qualcosa di dolce, come possiamo descrivere lo stato dell’essenza di qualcuno che ha dissolto il proprio ego nell’oceano dell’Unità? Da dove iniziare a descriverlo? 

Guru Nanak Dev Ji dice che non si può descrivere. Manne kī gat kahī na jāe. Non ci provo nemmeno. E se qualcun altro ci prova, se ne pentirà: Je ko kahē. Guru Ji non ci dice: “se io ci provo”. Dice: io so già che non ci proverò. Non posso. Ma se qualcun’altro ci prova, realizzerà la gravità del suo errore.

E riflettiamo ancora: se qualcuno prova a descrivere questo stato, e non l’ha mai sperimentato personalmente, quale valore hanno le sue parole? Se non ho mai assaggiato una fragola, ma cerco di dirti che sapore ha, perché ho letto tutti i libri sulle fragole, le ho coltivate, ho visto altre persone assaggiarle e ho annotato tutti i loro pensieri, ma non l’ho mai assaggiata, che valore hanno le mie parole? 

Anche chi ascolta si renderà conto che sto parlando senza sapere di cosa sto parlando.

 Je ko kahē pichhē pachhutāe, chi parla capirà, in realtà, che non sa di cosa sta parlando; chi ascolta capirà che “questo tizio non sa di cosa sta parlando”. Quindi, se non sai di cosa stai parlando e cerchi di descrivere questo stato, è completamente inutile.

Anche se sai di cosa stai parlando, anche se l’hai sperimentato, anche se ci sei arrivato, anche se sei uno dei Bhagats, non appena apri la bocca, realizzi che non puoi dirlo, non puoi descriverlo. Anche loro se ne pentiranno, perché appena dici qualcosa, ti rendi conto di quanto sia sbagliato. Di quanto sia limitato il linguaggio. Je ko kahē, chiunque provi a spiegarlo, se ne pentirà.

kwgid klm n ilKxhwru ] 

Kāgad kalam na likhanhār. 

La parola Kāgad qui ha una Sihari, il che significa, “su un foglio”, “su carta”. 

Non si parla di carta in generale, ma di scrivere su un foglio. 

Una parola con una Sihari significa “in”, “su”, o “con”. 

Kāgad kalam. Kalam significa penna. Kāgad significa carta. 

Na likhanhār. Likhanhār ha un aunkar sotto, il che significa che si parla di un unico scrittore. 

Guru Sahib dice che non esiste neanche un autore che possa mettere la penna sulla carta per scrivere riguardo a questo. Non possono dirlo, non possono scriverne. Sai, parliamo di gunghe ki mithai, non possono dirlo, e allora pensiamo: “Beh, magari possono scriverlo per me”. No, nessuno scrittore può mettere penna su carta, Kāgad kalam na likhanhār

Kāgad de ute, kāgad con una Sihari significa kāgad de ute: con una penna.

Kalam nāl, na likhanhār. Non c’è scrittore. 

Alcuni hanno provato a tradurre questa frase dicendo: “nessuna carta, nessuna, penna, nessun scrittore”. Ma allora la grafia di carta e penna avrebbe un Aunkar sotto, perché potresti dire: Na kāgad, Na kalam, Na likhanhār, cioè che non c’è alcuna penna che possa scriverlo, che non c’è nessun foglio su cui scriverlo, on c’è alcun autore per scriverlo, ma allora la grafia della parola sarebbe diversa. 

Invece, siccome kāgad ha una siharī, questo significa “sul foglio”. Quindi l’unico modo per tradurre questo è di dire che “nessun autore può mettere penna su carta per descriverlo”, Kāgad kalam na likhanhār.

mMny kw bih krin vIcwru ] 

Manne kā beh karan vīchār. 

E chi è che tenterà di scrivere questo stato? Le persone che si siedono e fanno vīchār su questo. I filosofi, i più grandi pensatori, le menti più grandi, anche coloro che si siedono e discutono di questo, manne kā bahe karan vīchār, coloro che si siedono, beh significa “sedersi”, e fanno vīchār, fanno dei discorsi, ne discutono. Parlano dei mannée, di queste persone, anche le menti più grandi non possono scrivere su carta con una penna riguardo a questo livello. 

Manne kā beh karan vīchār: quindi possiamo dire che anche tra coloro che si siedono e discutono, quelli che sanno descrivere quanto più possibile la profondità spirituale di queste persone mannée, queste persone che accettano, anche costoro non saranno in grado di descriverlo, e non riusciranno a scriverlo.

 Guru Nanak Dev Ji non sta scrivendo chi sono, dove sono arrivati, quanto lontano siano giunti; ci dice che non può essere fatto. Questo significa che il Guru Granth Sahib non contiene una descrizione di quell’esperienza finale, perché colui che ha l’esperienza deve scomparire.

Come puoi descrivere qualcuno che è scomparso, che si è dissolto completamente in quell’Unità? Che non è più lì per descriverla?

Ecco perché tutte le persone che hanno incontrato i Guru e parlato di loro dicono: “sei il Dio degli dei, il Re dei Re”, Brahm ghiāni parmesar aap. Non puoi dire nulla sulla persona, ma puoi solo dire che essi sono il Divino stesso. A quel punto, ogni descrizione non è della persona, ma del Divino, perché loro sono il Divino, har jan aisa chāhīai jaisā har hī hoe: mostrami quel servo che è come il Divino stesso. Ecco perché Manné kī gat kahī na jāe.

 

 Guru Nanak Dev Ji conclude questo verso con:

AYsw nwmu inrMjnu hoie

Esā naam Niranjan hoe.

Esā: così , in questo modo, così è. Naam e niranjan: questo è ciò che naam e niranjan sono. Questo è il modo in cui si manifesterà il naam, questo è il modo in cui L’Essenza del niranjan si manifesterà. 

Riflettiamo un po’ a queste parole.

Naam. Abbiamo parlato del naam più volte. Il naam ha meno a che fare con una parola e più con il tuo stato risvegliato. Qualcuno che è in uno stato risvegliato, uno stato di consapevolezza, qualcuno che percepisce il Divino tutto il tempo, è in naam

Nell’Hukamnama troverai naam ratie, le persone che sono completamente immerse nel naam. Non significa che siano immerse in una parola, ma in ciò di cui quella parola parla. 

Il naam non è solo qualcuno che dice la parola “oceano, oceano, oceano”, i naam è qualcuno che si tuffa nell’oceano, che si è dissolto nell’oceano. Il naam è lo stato di essere bagnati nell’oceano. Non semplicemente qualcuno che dice la parola “oceano”.

E di cosa stanno cantando? Di chi è il naam? Sat naam

E’ la prima descrizione del naam, e dico sempre che è quella a cui bisogna tornare. 

Ogni volta che parli di naam, devi tornare alla prima volta in cui la parola naam è stata menzionata, ovvero Sat naam. Sat significa tutto, tutto ciò che esiste, tutto è naam. Tutto è naam

Gli alberi sono naam. Il cielo è naam

Tutta la vita è naam. Tutti i pianeti, tutte le stelle, sono naam

Non sono pianeti e stelle e alberi e uccelli e animali: sono naam. Qual è la differenza? 

La differenza sta nel modo in cui li guardi. Puoi guardarli nel senso della Maya, c’è un albero, c’è un uccello. Oppure puoi vederli tutti come una sola cosa. Questo è naam

Quando tutto ciò che guardi ti ricorda l’Ek. Quando tutto ciò che guardi, vedi l’Ek. Non vedi la cosa. Vedi l’Ek che è dietro di essa. Questo è naam.

E per essere in questo stato, devi anche sapere che tutto qui è anche naam

E un modo accurato per entrare nello stato di naam, per sapere semplicemente cosa sia naam, è capire che naam necessita del “na-me. Quando non c’è l’io, na me, allora c’è naam. Quando c’è me, non c’è naam

Quando c’è “non me”: na-me.

Un bellissimo Shabad che cito spesso dice: Jab ham hote tab tu nāhī, quando io esistevo, tu non esistevi. Aab tuhī me nāhī, ora tu esisti, io non esisto. 

Finché esisti tu, Dio non può esistere. 

Finché ci sei tu, che reciti il naam, allora non è naam. Quando la persona che recita il naam è scomparsa, allora è naam

Na me è necessario affinché naam si manifesti. 

Allora entriamo nello stato di Aap japā-e japai so nāo, quando Tu permetti al naam di essere recitato, allora il naam è recitato. 

Aap gāvāe su har gun gāo, quando permetti, quando Tu canti, allora il canto accade.

Finché ci sono io che dico: “Vieni Dio, vieni Dio, vieni Dio, perché non sei ancora arrivato?”, c’è un Me che aspetta Dio. Quando l’io scompare, Jab ham hote tab tu nāhī. Finché ci sono io a chiamare Dio, non troverai mai Dio. 

 Naam, ora Guru Ji sta dicendo, questo è ciò che è il naam. Le persone che sono manné, che non possono essere descritte, perché non sono più qui, sono oltre al tutto, sono nel naam. Sono naam. Questo è ciò che è il naam

E Guru Ji continuerà e lo descriverà in un modo ancora più importante per noi. 

Perché non dice solo esā naam hoe, dice esā naam niranjan hoe. Quindi la parola anjan significa illusione, Maya, ciò che conosci attraverso i tuoi sensi. Le Ghiān indrian, ciò che comprendi grazie ai tuoi sensi, è tutto Maya, è tutto anjan

Nir-anjan è quando hai scoperto ciò che c’è dietro la Maya, dietro i tuoi sensi. E Guru Ji dice che questo è ciò che l’Unità è sempre, questo è ciò che essa è.

Nel quinto Pauri, Guru Ji ha detto: thāpiā na jāe kītā na hoe, āpe āp niranjan soe. Non è creato, nulla è fatto per farlo emergere, è già lì, dentro di te, āpe āp niranjan soe. È già lì, dentro di te, ma è la parte che va al di là di Maya dentro di te. È la parte dietro l’illusione dentro di te. È la parte dietro i sensi. È la conoscenza che ottieni quando vai al di là di ciò che conosci attraverso i tuoi cinque sensi. 

Quando attraversi quell’esperienza di profondo ascolto, e ti siedi dentro di te, e noti solo ciò che c’è, se non c’è volto, se non ci sono mani, se non c’è corpo, se non c’è mente, non ci sono pensieri, cosa rimane?

Ciò che rimane, ciò che troverai è la cosa che chiami “io”. E anche “io” è un pensiero. È un’illusione. 

Se lasci cadere quella etichetta di “io”, ciò che noterai è che quella cosa che chiamavi “io”, se non la chiami più “io”, è ancora lì. Quella presenza è ciò che rimane. Quella presenza sei tu. 

Quella cosa, che quando vai profondamente dentro di te, e guardi l'”io”, e non lo chiami più “io”. Non chiamarlo me, chiamalo solo “La cosa che è lì”. 

Aape āp niranjan soe. La parte che è semplicemente lì, costantemente. Oltre Maya, oltre le parole, oltre i desideri. Quella soe, quell’essere, questo è ciò di cui Guru Ji sta parlando, così si manifesta: esā naam niranjan hoe.

Nel quinto Pauri, Guru Ji stava menzionando āpe āp niranjan soe quasi come un obiettivo. C’è questa cosa. Thāpiā na jāe, che non è creata. Non si deve fare nulla per crearla, kītā na hoe, āpe āp niranjan soe, è semplicemente lì. Questo è l’obiettivo. Guru Ji sta dicendo, è lì che dobbiamo arrivare.

Poi Guru Ji dice: se ci arrivi, quali sono i benefici? Torniamo ora a questo verso cinque. 

C’è un obiettivo, āpe āp niranjan soe, e se lo trovi, riceverai onore, jin seviā tin pāiā mān

Quindi c’è l’obiettivo, ci sono i benefici di raggiungere quell’obiettivo, jin seviā tin pāiā mān, e c’è il metodo per raggiungerlo: Nanak gāvīe gunī nidhān, è così che si arriva a esso.

Guru Ji ha già trattato tutte queste cose su come raggiungere questo niranjan

Nanak gāvīe gunī nidhān, gāvīe sunīe, man rakhīe bhāo, queste sono tutte le tecniche, è così che ci arriverai. 

Poi Guru Ji entra nel suni-eh, nel dettaglio. Ora, una volta che hai attraversato quel percorso di suni-eh, capirai, esā naam niranjan hoe. Devi attraversarlo tu stesso, non puoi solo leggere quelle parole. Devi fare quella cosa del suni-eh. Devi farlo tu stesso. 

Non c’è spazio per la fede nel Sikhismo. Non c’è spazio per la fede in nessuna religione. La fede è ciò che diamo ai bambini piccoli. Babbo Natale, la fatina dei denti, tutte queste cose, sono ciò che diamo ai bambini piccoli. Dobbiamo crescere e uscire da quel sistema di credenze. 

Devi intraprendere questo viaggio, tīrath nāvan jāo tīrath naam he, tīrath antargiān shabad vīchār he.

Questo è il viaggio, e Guru Ji dice: io faccio questo viaggio. Tīrath nāvan, io faccio questo viaggio. Je tis bhāvā, se ti piace, farò questo viaggio, ma è un viaggio interiore. 

Ora Guru Ji ha descritto tutto ciò per spiegare il dettaglio, il livello, come si fa questo. 

Qui Guru Ji sta descrivendo come riconoscere quando ci sei arrivato, come sapere che sei giunto in questo stato di naam

Esā naam niranjan hoe, è così che riconoscerai il Sat naam. Come sai di esserci arrivato? Questa è la linea successiva:

jy ko mMin jwxY min koie

Je ko mann jānai man koe

Je ko mann jānai man koe. Due scritture diverse.  La prima è accettare, je ko

Se mann, se uno arriva ad accettare. Se arrivano a conoscere, mann jānai, se accettano e sanno dentro di sé, quei koe, quelle poche persone. 

Conoscerai il naam, conoscerai questa Essenza, il  Niranjan, solo se lo conosci dentro di te. 

Se percepisci te stesso come quella cosa, quando percepisci te stesso come il Divino, quando conosci te stesso come Akāl Purkh, quando conosci te stesso come <> (Ek Oangkar), allora conoscerai il naam, allora conoscerai l’Essere Divino. 

Je ko mann jānai, se uno è andato e l’ha visto dentro di sé, e accetta:” Questo è ciò che sono, questo è ciò che la realtà è veramente”. 

Se uno arriva ad accettare il Divino dentro di sé, dentro la propria mente, la mente che ha ora compreso chi è veramente. Je ko mann jānai, man vich koe: coloro che lo riconoscono dentro di sé, saranno in uno stato di naam, avranno trovato quel Niranjan.

 

Là dove tutte le teorie sono terminate, tutte le filosofie, tutte le discussioni sono finite, e solo l’esperienza conta.