Suṇi-eh, sarā gunā ke gāh. La parola Sarā è Sarovar, oceano. Gunā virtù, è plurale.
Ke gāh. Gāh significa Gre-he un abitante, qualcuno che vive nell’oceano delle virtù.
Suṇi-eh, sarā gunā: un oceano di virtù, un lago, un Sarovar, una vasca di virtù.
Coloro che sono Gāh, sono residenti. Risiedono in un oceano di virtù.
Ascoltando, risiedi in un oceano di virtù. Sarā gunā ke gāh.
Cosa sono queste Gun, cosa sono queste qualità? Quali sono le qualità più apprezzate?
Le migliori qualità dell’umanità: compassione, umiltà, onestà, integrità morale. Essere così affidabile che tutti dicono: qualunque cosa accada, puoi sempre contare su questa persona. Questa persona dice la verità. Questa persona non è egoista, è onorevole.
Queste virtù; dice Guru Ji, sei una vasca infinita di virtù quando sei qualcuno che è costantemente consapevole.
Ma quindi come avviene? Perché la meditazione dovrebbe darti tutte queste qualità positive?
Per capirlo dobbiamo innanzitutto capire le qualità opposte, le caratteristiche peggiori.
Gurbani le ha categorizzate come i cinque ladri: kām, krodh, lobh, moh and ahankar. Lussuria, Avidità, Rabbia, Desiderio, Attaccamento, Ego, Orgoglio. Tutte queste cose.
Quindi pensiamoci: abbiamo tutti questi difetti, giusto? Sono come radicati dentro di noi, sembrano impossibili da scrollarsi di dosso, non importa quanto ci provi.
Come se per qualche ragione queste cose nel profondo fossero ancora lì, bloccate dentro di te.
E poiché abbiamo vissuto con loro per tutta la vita, sono così profondamente ancorate in noi, che sono diventate abitudini radicate. E un’abitudine, con l’andar del tempo, lentamente, da abitudine diventa dipendenza. Cosa intendiamo con questo? Stiamo introducendo un sacco di nuova terminologia.
Esiste una differenza tra un’abitudine e una dipendenza?
Cos’è un’abitudine? Un’abitudine è qualcosa che fai senza pensarci.Lasciatemi spiegare: diciamo che vai in cucina ogni giorno e la prima volta ti trovi di fronte ad una scelta, “Cosa mi preparo? Mi faccio una tazza di tè o una tazza di caffè?”. E la prima volta fai una scelta. Devi pensarci, soppesare i pro e i contro. Dici: “In realtà non ho bisogno di assumere così tanta caffeina” oppure “Il caffè non mi fa bene” o cose del genere, e quindi decidi di prendere un tè.
Il giorno dopo quella decisione è leggermente più facile, ma ci pensi ancora un po’. Prendi un’altra decisione: “Ho preso il tè ieri, devo preparare di nuovo il tè oggi? O caffè? “.
Ogni giorno la decisione di preparare un tè diventa più facile, e un giorno quella parte del tuo cervello che usi per prendere le decisioni non viene nemmeno più attivata, è diventata un’abitudine. Il processo decisionale si è ripetuto più e più volte e tu prendi la stessa decisione ogni volta.
Alla fine, non appena ti svegli la mattina, l’abitudine del tè si accende nel tuo cervello. Anche se non hai bisogno di una tazza di tè, te ne fai una, ed è lì che le abitudini diventano così radicate dentro di te.
Al punto che, per esempio, se un giorno sei rimasto senza tè, ne risenti.
È allora che diventa una dipendenza.
Che il tuo corpo abbia bisogno o meno della tazza di tè è ormai irrilevante, lo hai fatto abitualmente, ancora e ancora e ancora. L’abitudine è così profondamente ancorata dentro di te, che non puoi funzionare senza quell’abitudine. Anche se vuoi rinunciare al tè, dici: “La caffeina non mi fa bene, non berrò più tè”, non ci riesci e continui a farlo.
Quindi un’abitudine è qualcosa che non richiede decisioni, mentre la dipendenza è qualcosa a cui non puoi dire di no.
Anche se vuoi dire di no, non puoi dire di no; questa è la distinzione. È così che identifichi qualcosa come dipendenza. Quando non puoi più dire di no.
Per quanto tu ci provi, ne sei dipendente, questa è una dipendenza.
Entrambe, sono in realtà cose che ti fanno “sentire bene”. Entrambe, per qualunque ragione, ti permettono di sentirti un po’ meglio, forse perché hai fatto qualcosa per tutta la vita. La fai ogni giorno, perché ti fa sentire un po’ meglio; ci fanno sentire importanti, ci fanno sentire bene.
Ora torniamo ai tuoi Panch Chor: kām (lussuria), krodh (ira), lobh (avidità), moh (attaccamento) e ahankar (ego o orgoglio eccessivo). Ti fanno sentire bene; altrimenti non li commetteresti.
Se ci sentissimo male dopo aver fatto queste cose, non le faremmo a noi stessi, il nostro corpo direbbe, la nostra mente direbbe “Smettila di fare questo, non ti fa bene”.
Se ci sentissimo come se ci stessimo facendo del male, ma poiché non è così, perché in realtà ci sentiamo abbastanza bene con noi stessi, ecco perché continuiamo a farlo. Ci fanno sentire importanti.
Ora pensa a ogni volta che hai avuto una discussione con qualcuno. Ogni volta che ti sei veramente arrabbiato con qualcuno. In definitiva, ciò per cui ti stai arrabbiando è che l’altra persona ha torto e devi dimostrarglielo, e concentri tutta la tua attenzione sul fatto che lei abbia torto, ma in definitiva ciò su cui non ti stai concentrando è il fatto che tu ti senti nel giusto.
Più forte urli, più ti senti nel giusto. Ti fanno sentire nel giusto, ti fanno sentire importante. E chi non desidera qualcosa che ti faccia sentire importante? Traiamo valore da queste cose, ecco perché sono così profondamente radicate dentro di noi. Ecco perché ci aggrappiamo a loro.
Ci danno conforto, e tutti cercano conforto, tutti cercano di sentirsi apprezzati. Se la società non ci apprezza, se la nostra famiglia non ci apprezza, se i nostri amici non ci apprezzano, possiamo creare valore dentro di noi facendo queste cose. Creando una mentalità da vittima dentro di noi, ci sentiamo importanti. Quindi cerchiamo valore nella nostra vita, cerchiamo conforto, amici, famiglia, posizioni materiali, ci danno tutti molto conforto. Ecco perché sono abitudini.
Guru Ji vuole che creiamo nuove abitudini. Guru Ji vuole che prendiamo il Naam come abitudine.
Ti svegli al mattino e…Naam.
Uothath, chalat, baisat, sovat, jaagat. Quando sei in piedi. Quando cammini, Quando sei seduto. Quando dormi. Quando sei sveglio.
Guru Ji vuole creare una nuova abitudine dentro di te: Naam, il quadro più ampio, la consapevolezza, il Suṇi-eh. Ogni volta che arriva un Panch Chor, questo dovrebbe essere un trigger, un allarme che dice: “L’unica ragione per cui ho questo Panch Chor, è perché in questo momento non ho il Naam “.
Ecco perché ora dovremmo trasformare quei Panch Chor in campanelli d’allarme. Ogni volta che accadono, è un promemoria. “Ok, non stai facendo Naam, non sei nel Naam “. Se fossi nel Naam, non avresti queste cose.
E diamo un’occhiata a Nānak bagtā sadāvigās. I santi, i Brahm Gyanis, sono costantemente in questo stato, sono costantemente nel Naam. E poiché sono costantemente nel Naam, si sentono sempre felici, sempre confortati, sempre gioiosi.
Noi cerchiamo gioia e conforto in questi Panch Chor, ma i Bhagats li hanno conquistati, hanno trovato gioia e conforto nel Naam. Anche noi dobbiamo renderci conto che c’è un nuovo modo di essere confortati, un modo diverso di essere confortati.
Solo che questo piacere non ti fa sentire importante, ti fa perdere la tua importanza. Ecco perché è un po’ difficile da realizzare, ecco perché ci aggrappiamo ancora ai vecchi metodi, perché i vecchi modi ci fanno sentire importanti. Questo ti sta dicendo di “non essere importante”. O, in un certo senso, ti sta dando la massima importanza; invece di essere un individuo, ti dice: “Ti darò semplicemente l’intero universo. Invece di essere solo una persona, ti renderò divino, ti renderò Dio”.
Questo è un nuovo tipo di esperienza, che dobbiamo portare dentro di noi.
Torniamo a ciò di cui stavamo parlando, sarā gunā ke gāh: queste buone qualità. Quando sei in questo stato di consapevolezza, di Naam, non è che a quel punto queste buone qualità vengono a te, non è questo che sta dicendo. Non è che queste cose vengono a te; quando sei in quello stato, quelle cose che sono già innate dentro di te, riemergono.
È lì che risiedi ora, risiedi in quel Sarovar di virtù. Dentro di te c’è un Sarovar di virtù. Amore, compassione, tranquillità, sei nato con queste cose. I bambini non sono pieni di odio; sono amorevoli, persino con perfetti sconosciuti, perché non riescono a distinguere uno sconosciuto da un amico. Solo quando il bambino cresce, cominciano ad arrivare i Panch Chor: l‘Ego, il Me, il Mio. Io voglio. Io sono migliore. Io voglio avere successo. Io voglio questo piuttosto che lo abbia quella persona.
Questi Panch Chor sono qualcosa che si sviluppa nel tempo, ma il guna che è dentro di te, quello è già lì, quello è ciò che l’atma porta con sé.
Arriva con amore. Perché? Perché parla il linguaggio dell’amore, Bhākiā bhāo apāre, Questo è ciò che è. Questo è ciò che è questo atma, è splendore, è luce, è compassione, è amore.
Quindi, le buone qualità non sono qualcosa che ti capita, è solo che tu già risiedi nelle buone qualità e le qualità negative sono qualcosa verso cui ora hai rotto il tuo attaccamento, hai rotto quelle abitudini.
Ecco perché Guru Ji dice: gāvīē Suṇi-eh, Man rakhīē bhāo, dukh parhar sukh ghar lē jāe.
Ghar è una parola importante qui. Queste cose tornano a casa, sono già a casa, sono al loro posto. La felicità è al suo posto con te. Non sei nato per soffrire, in realtà sei nato nel sukh. La sofferenza è qualcosa che ti accade. Sukh semplicemente è: sei una casa di sukh, di pace, di felicità. sukh ghar lē jāe, riportalo a casa. Quello è il suo posto.
Ecco dove risiede questo guun. E cosa sono kām, krodh, lobh, moh e ahankar? Sono abitanti della tua casa? No, sono Chor, sono ladri nella tua casa.
Nessuno ruba in casa propria, giusto? Un Chor va sempre da qualche altra parte. Quindi se essi sono Chor, se sono ladri, significa che non appartengono alla tua casa, stanno rubando dalla tua casa Ecco perché sono chiamati Panch Chor. Guru Amardas Ji dice , eis dhehē a(n)dhar pa(n)ch chor vaseh, all’interno di questo corpo vivono cinque ladri: kām karodh lobh moh aha(n)kārā. Cosa stanno rubando? A(n)mrit lōTeh, stanno rubando l’Amrit dentro di te.
Manmukh nahē bōjheh, ma le persone che guardano alla mente, non capiscono questo. Koi na sunai pōkārā, ti lamenti ad alta voce: “Ahi, hai, guarda la mia vita, nessuno ascolta le mie lamentele”. Eis dhehē a(n)dhar pa(n)ch chor vaseh, cinque ladri sono in casa tua, a(n)mrit lōTeh, e stanno rubando l’Amrit che è già in casa tua.
A(n)dhā jagat a(n)dh varatārā: il mondo è cieco e tutto ciò in cui commerciano e trattano è cecità. Il cieco è ciò in cui commerciano. Bājh gurō, gubārā: senza Guru, c’è oscurità. Il Guru ti mostra che hai l’Amrit dentro di te.
Ecco perché, svegliati la mattina, fai il bagno nell’Amrit, Amritstar Naveh. Quella sar, sarā gunā ke gāh, è un Sarovar di Amrit. Quell’Amrit Sarovar è dentro di te, bagnati nel tuo Amrit al mattino.
Ne abbiamo parlato prima, questo è qualcosa che faccio con i miei figli. Conosci il gioco “Serpenti e scale”? Qualcuno ci ha riportato questo gioco chiamato “Serpenti e scale” da Amristar o da qualche altra parte, e si chiamava qualcosa come ” I serpenti e le scale Sikhi “. Ed è un bel esempio, tutte le scale hanno un nome di qualcosa di buono come Seva, Simran e tutti i serpenti hanno un nome in loro e sono come Kām, Krodh, Lhob, Moh, Ankar.
Ogni volta che vieni morso da uno di questi serpenti vai giù, ogni volta che fai Seva e Simran sali in alto.
E giochiamo a questo gioco a casa e ogni volta che succede in casa diciamo ai bambini: non sei tu che sei arrabbiato, è il serpente della rabbia che ti sta mordendo in questo momento. Perché questo significa che si rendono conto che questa rabbia non è mia. Qualcosa mi sta strangolando, mi sta mordendo. Diciamo lascia andare il serpente arrabbiato, lascia andare il serpente della rabbia. Quello non sei tu, non sei arrabbiato, il serpente arrabbiato ti sta mordendo. Il serpente avido ti sta mordendo in questo momento.
È così semplice per i bambini identificarsi con queste cose e dicono semplicemente “Mi sento arrabbiato” e poi col tempo, se questo inizia a diventare il linguaggio all’interno della tua famiglia, allora magari un giorno saranno loro che ti diranno quando ti arrabbierai: “Papà, il serpente arrabbiato ti sta mordendo”. “Oh, hai ragione”.
Ma devi capire che questo non sono io. “Non mi sento arrabbiato”. Cosa diciamo: “Mi sento arrabbiato”.
Dobbiamo cambiare la terminologia: la rabbia mi sta prendendo adesso, mi sta attaccando.
E se potessi creare un sistema all’interno della tua famiglia, in cui l’intera famiglia si protegge a vicenda da questi ladri, lo scopo della famiglia sarebbe che quando vedono “Oh, il serpente arrabbiato sta mordendo la mamma, aiutiamo la mamma, perché il serpente arrabbiato sta mordendo la mamma”. Non iniziamo a urlare contro di loro ma iniziamo a creare questo sistema. Dobbiamo vederlo come un lavoro di squadra.
“Il serpente arrabbiato sta prendendo papà. Aiutiamolo. Prendiamolo”. Quindi non provochiamo la rabbia. A quel punto facciamo un passo indietro.
Diciamo: “Ok, il serpente arrabbiato ti sta prendendo. Non voglio provocare quel serpente. Voglio lasciare andare quel serpente”.
Quindi questo è il tipo di terminologia che il Guru sta usando. Ma non è facile.
Questi Panch Chor, Guru Ji li chiama anche grandi guerrieri. Questi sono guerrieri potenti.
E Guru Ji dice, chi è quel guerriero che ha sconfitto questi cinque guerrieri? Lasciatemi incontrare quel tipo di guerriero.
Jin mil māre pa(n)ch sōrabēr āiso kaun balē re : chi è quel guerriero che ha sconfitto i cinque guerrieri?
Questi non sono piccoli borseggiatori; questi sono ladri professionisti, ben armati, ben preparati. Veri gangsters, e non se ne andranno senza combattere.
Ma qual è lo strumento che ti dà il Guru? Non devi combattere i tuoi Panch Chor, tu dai loro semplicemente il Naam e automaticamente se ne vanno. Perché Naam è un’arma che essi semplicemente non hanno. Naam è un’arma con cui semplicemente non possono competere. Loro potrebbero avere delle pistole, ma il Naam è come una bomba nucleare. Cosa può fare una pistola contro una bomba nucleare? Semplicemente viene annientata.
Suṇi-eh, dūkh pāp kā nās. Nās significa cancellare, distruggere. Completamente finito. Non li fa semplicemente spostare, “Okay, torna domani”. Dūkh pāp kā nās, questo è l’oceano in cui viviamo, di buone qualità, sarā gunā ke gāh.
E quando hai fatto questo tipo di ricerca profonda dentro te stesso, quando hai trovato questo oceano, quando nuoti in esso, allora sei sekh pīr pātsāh. Tu sei l’equivalente di uno sceicco, che nella tradizione araba è come un capo, qualcuno che è molto in alto. In posizione elevata.
Pīr è uno studioso o un uomo molto rispettato per la tradizione araba, la tradizione persiana.
E pātsāh, re. Un re dei re. Questi sono tutti plurali qui ora. Tu sei equivalente a tutti gli sceicchi, tutti i pīr e tutti i pātshah. Non è singolare.
Ascoltando, si arriva allo status di studiosi religiosi, maestri spirituali e Re.
Suṇi-eh, andhe pāveh rāh. Andhe significa il cieco.
Pāveh Rah, Rah signfica “il percorso”. Trovano il percorso, tornano in carreggiata.
Suṇi-eh, andhe pāveh rāh, i ciechi tornano sulla retta via.
Quindi i ciechi sono gli ignoranti, è di questo che stiamo parlando, degli ignoranti.
Suṇi-eh, andhe pāveh rāh: questo è simile a Suṇi-eh, mukh sālāhaṇ mand.
Abbiamo parlato dei mand, persone considerate indegne, basse, cattive.
Anche loro cominciano a recitare, mukh sālāhaṇ mand. Queste persone, una volta che hanno ascoltato il Guru, una volta che hanno trovato questa cosa, anche loro cambiano direzione, iniziano a fare Naam Simran.
E quindi anche qui sta parlando della stessa cosa: gli ignoranti tornano in carreggiata. Trovano il rāh.
Rāh è singolare, qui c’è un solo percorso.
Nota bene: c’è un solo percorso.
Non sta dicendo che diventano Sikh, dice solo che trovano la strada, la vera strada. Dharam riguarda il sach. Ce solo un Dharam, c’è solo un sach. C’è solo un modo per ottenerlo.
Guru Nanak Dev Ji è interessato solo alla verità, all’unica via.
La via che si applica a ogni essere umano, indipendentemente dalla religione a cui appartiene.
Perché tutti hanno dentro di sé questo oceano di Amrit, che appartiene a tutti.
Quindi se appartiene a tutti, allora tutti hanno l’opportunità di rimettersi in carreggiata per trovare quell’oceano. Suṇi-eh, andhe pāveh rāh.
Suṇi-eh, hāth hovē asgāho. Nota che ci sono due scuole di pensiero su come pronunciare queste parole. Rāh con un onkar, qualcuno dice che devi pronunciarlo rā-ho. La maggior parte delle persone lo pronuncerà come: andhe pāveh rā-ho. Suṇi-eh, hāth hovē asgā-ho. Ma secondo le regole grammaticali e sicuramente secondo un’altra scuola di pensiero, l’ultima vocale non va pronunciata.
Finora abbiamo visto così tante parole con la parola onkar sotto e non l’abbiamo mai pronunciata.
Solo perché qui sotto c’è un “Hā-a”, questo non significa che dobbiamo cominciare a pronunciarlo.
Quindi alcune persone ti diranno che dovresti pronunciarlo, diranno, Ra-ho Hāth Hovai Asga -ho.
Alcuni dicono che l’onkar serve a identificare le regole grammaticale del maschile singolare, e diranno, Sunia Andhe Pāveh Rah. Sunia Hāth Hovai Asgah. Due scuole di pensiero.
Così hāth hovē asgah. Qui la parola hāth non significa mano. Mano è una parola maschile, mano deve avere un onkar. Questa è una parola femminile, e significa “ottenere” o “comprendere”.
Suṇi-eh, hāth hovē, capisci l’asgāh. Asgāh significa un concetto profondo. Ecco come Nanak riassume i quattro Pauri sul Suṇi-eh: ascoltando otterrai la comprensione di un concetto molto profondo. Il concetto profondo definitivo. E qual è il concetto profondo definitivo? Ik Ongkar.
Hāth hovai, non significa che lo otterrai “con le tue mani”, significa che “tu capirai”. Capirai qualcosa che è noto come Asgah. Qualcosa che è un oceano molto profondo. Un concetto molto profondo.
Ascoltando, ottieni una profonda comprensione di qualcosa che è quasi irraggiungibile, Asgah. Qualcosa di così profondo che non riesci nemmeno ad arrivare in fondo ad esso.
Nānak, bagtā sadāvigās, Nanak dice che i santi sono eternamente felici, gioiosi, Suṇi-eh, dūkh pāp kā nās