abbiamo trattato i versi 8 e 9, che sono tutti incentrati su Suṇi-eh, e ricordiamoci semplicemente che cosa stiamo ascoltando. Perché Guru Ji ha dedicato molto tempo a spiegarci i benefici dell’ascolto, ma dobbiamo essere consapevoli di ciò che stiamo ascoltando, cosa che non è spiegata in questi versi. Dobbiamo guardare ai Pauri precedenti per capire cosa Guru Ji vuole che ascoltiamo.

Abbiamo letto nei pauri precedenti: mat vich ratan javāhar māṇik, je ik gur kī sikh suṇī. Stiamo ascoltando il Sikhia, l’insegnamento del Guru. Qual è l’insegnamento del Guru che è nel Mool Mantra, che inizia con Ik Ongkar

Il Guru vuole che tu impari che esiste una cosa che è sempre presente. E quando ci ricordiamo di questo, quando lo realizziamo, allora Guru Ji ci dice che ascoltando questa cosa, essendone consapevoli, dukh parhar sukh ghar lē jāe, e che la causa del nostro dukh è non comprendere Ik Ongkar. E’ il non vivere con questa conoscenza giorno dopo giorno.

Dimenticare l’Ik Ongkar è la causa della nostra sofferenza e, momento dopo momento, ogni istante in cui lo dimentichiamo è un momento in cui stiamo soffrendo. Akhan Jiva, Visre Mar Jao . Quando recito, quando ricordo, quando sono consapevole, è allora che sono vivo. Quando dimentico, sto soffrendo, sto morendo.

Quindi questo ascolto a cui Guru Ji attribuisce così tanta importanza, con quattro Pauri che trattano proprio dell’importanza dell’ascolto, come ascoltiamo, cosa dobbiamo ascoltare, istante dopo istante essere consapevoli; Guru Ji in realtà ci sta parlando della consapevolezza. Non si tratta di un suono. Suṇi-eh non riguarda un suono particolare, riguarda l’essere attenti.

L’unico modo per ascoltare veramente qualcuno è se tu stesso rimani in silenzio. Se stai parlando, se la tua mente parla, non puoi sentire quello che sta dicendo l’altra persona. L’ascolto riguarda più te, l’ascoltatore, che colui che parla.

E il Guru ci ha spiegato che attraverso il Muk del Guru, attraverso le istruzioni del Guru, attraverso le parole del Guru, attraverso gli insegnamenti del Guru, il Guru ti mostrerà il Naad. Gurumuk Naadang. Il Guru ti mostrerà, se rimani in silenzio dentro te stesso, il Guru ti mostrerà il Naad che risiede dentro di te. 

Cosa intendiamo per Naad? Il modo più semplice per capirlo è “vitalità”. Ciò che è presente in questo momento.

Sai, quando sei in una stanza, anche senza che i tuoi occhi siano aperti puoi sentire quando qualcun altro entra in quella stanza. Anche se non emettono alcun suono, puoi sentire la presenza di qualcun altro se è nella stanza o se sei nella stanza da solo. Ma è necessario che tu sia consapevole.

Allo stesso modo, quando impedisci alla tua mente di parlare costantemente, sentirai che c’è una presenza dentro di te. Immagina te stesso come una stanza vuota. All’interno di quella stanza vuota c’è la presenza di qualcosa. Quella “essere vivo”, non sei tu. Quella vitalità ti è stata data. Quella presenza, che c’è qualcosa qui. Questo è ciò che stai ascoltando. Non solo dentro di te, ma ovunque, intorno a te.

Quando senti quel Naad, Gurumukh Naadang, allora il Guru ti darà la comprensione di cosa sia questo Naad. Questo è Gurumukh vedāng: il Guru ti dà il Ghian di cosa è questo, cos’è questa presenza, chi è questo? 

E poi il Guru ti farà realizzare che quel Naad che è dentro di te, una volta che lo capirai, potrai vedere Gurmukh rahia samai: quel Naad è ovunque. 

Questo è quello che stai ascoltando. Stai ascoltando la presenza di qualcosa di vivo dentro di te e quel qualcosa di vivo è tutto intorno a te. Abbattiamo queste barriere tra me e l’altro, perché non esiste un vero me e non esiste un vero altro, c’è solo un Naad, ovunque. Questo è ciò che stiamo ascoltando.

E Guru Ji spiega lo stato di qualcuno che è costantemente in quel senso di consapevolezza. Guru Ji parla del fatto che tu sia elevato al livello dei sidh, pīr, sur, nāth. Come fanno queste persone a raggiungere quel livello? Come fa qualcuno a diventare un Sidh ? Come diventano Pīr

Poiché essi vanno dentro se stessi, trovano quella cosa dentro di sé. Guru Ji dice che tu puoi essere Isar, Barma, Indh: capirai chi è il vero distruttore, chi è il vero creatore, chi è il re dei re quando conoscerai il tuo Naad.

E Guru Ji spiega che le persone che si trovano continuamente in questo stato sono sempre libere dalla sofferenza. Sono completamente spensierati, nānak, bagtā sadāvigās. Guru Jii conclude ciascuno dei quattro Suṇi-eh Pauris spiegando chi sono le persone che si trovano in questo stato e com’è essere in questo stato. Suṇi-eh, dūkh pāp kā nās.

E nel pauri 10 continuiamo: Suṇi-eh Sat Santokh Ghiān. Suṇi-eh ascoltando, ascoltando proprio ora, la parola Suṇi-eh è una parola al presente. Abbiamo visto un esempio di tempo futuro di questa parola: invece di Sihari, in quel caso Guru Ji utilizzerà un Bihari. Da Suṇi-eh essendo una parola al presente, otterremmo suni-ē; gāvīē suni-ē, Man rakhīē bhāo. Queste sono parole al futuro.

Quindi in questo caso è: “ascoltando, proprio ora”, Sat. Qui la parola Sat significa carità, beneficenza. E dove vedi la parola Sat unita a Santokh, Gurbani usa molto Sat Santokh, dove vedete queste parole combinate, il Sat in quell’esempio significa “dare, essere caritatevole”, dare.

Santokh significa appagamento (cotentezza, accontentarsi, essere contento di ciò che si riceve). Ghiān significa saggezza o conoscenza. Nota che tutte queste parole sono parole singolari, lo sappiamo perché hanno un onkar alla fine. Sat è una parola sanscrita. Ci sono molti significati diversi per Sat. Ne abbiamo parlato quando abbiamo parlato di Satnam. Sat può significare verità. Sat può significare esistenza. Qui è una parola sanscrita che significa carità. Essere caritatevoli. Allora come traduciamo questa riga?

Suṇi-eh Sat Santokh Ghiān. Ascoltando si ottengono la carità, l’appagamento e la saggezza suprema. 

Questo non è un Ghiān qualsiasi, è una parola che ha un onkar sotto, che significa “IL” Ghiān, il Ghiān più importante, il Ghiān definitivo, la saggezza definitiva. Ascoltando si raggiunge la carità, l’appagamento e la saggezza definitiva. Oppure possiamo dire che ascoltando si diventa caritatevoli, si diventa contenti, accontentati. Si ottiene quella saggezza. Si diventa saggi. Caritatevoli, contenti e saggi.

Un altro modo per tradurre questa frase è dire che ascoltare da solo è sufficiente. Ascoltando ottieni tutto, e non hai bisogno di fare beneficenza, non hai bisogno di cercare diversi tipi di sukh, non hai bisogno di perseguire diversi tipi di conoscenza. Quell’ascolto, da solo, è sufficiente. Questo è un altro modo per tradurlo.

Allora perché Sat e Santokh vengono solitamente messi insieme? Perché carità e appagamento si uniscono? Noi diamo solo quando ci sentiamo accontentati. Se a te stesso manca qualcosa, se i desideri rimangono, se desideri ancora di più, allora sei nella forma mentale di ottenere cose. Una volta ottenute, se ti senti soddisfatto, solo allora potrai avere voglia di donare.

Carità, essere caritatevole, essere munifico e accontentarsi sono sinonimi. Ecco perché Gurbani usa Sat Santokh. Una persona egoista è ancora persa nei desideri, piena di Maya, di amore per Maya. Questi non possono pensare di dare, possono solo sperare di riceverne di più. Ma il punto essenziale di questa frase non è “l’essere caritatevoli”. Suni–eh, questo è l’aspetto principale di questa linea.

Dare, di per sé, non è punto essenziale qui. Dare molto in beneficenza, essere compassionevoli, è encomiabile, ma non è abbastanza per il Dharam. 

Dharam è a un livello molto più alto. Qualcuno che dà molto in beneficenza, fa molto lavoro di beneficenza, questo di per sé è encomiabile, ma non è ciò di cui parla il Dharam. 

Dharam riguarda l’essere presenti, l’essere consapevoli della propria presenza. Non come individuo, ma come presenza che è dentro di te. Suṇi-eh Sat Santokh Ghiān.

Suṇi-eh, aṭhsaṭh kā isnān: ascoltando. La parola aṭhsaṭh è un numero, vuol dire sessantotto. Ath, otto, Sath, sessanta. Kā Isnān, facendo il bagno nei 68. Storicamente ci sono stati 68 luoghi di pellegrinaggio dove le persone andavano a fare il bagno sacro.

Ovunque io abbia visto queste cose nel Bani, e l’abbiamo incontato nei versi precedenti riguardo ai loke e dīp lo pātāl, nelle scritture indù tutti questi sono stati elencati, quindi i nomi di ciascuno dei loke sono stati elencati, quando il Gurbani parla di nau nidhia, aṭhārāṃ siddhia sono tutti elencati.

Che siano elencati nel Gurbani o meno, non sono sicuro, ma certamente se guardi la ricerca delle persone che hanno fatto la “tika” di Guru Granth Sahib, la spiegazione di ogni riga e di ogni parola, Mahan Kosh del professor Sahib Singh per ad esempio, elencheranno ovunque possibile quali sono questi luoghi. Quindi immagino che tutti i 68 posti siano conosciuti. Non è solo un numero casuale, questa è una cifra nota ma immagino che esista ognuna di queste località.

Ma la maggior parte di queste cose in quel periodo, riguardava solitamente il mondo conosciuto attorno all’India, non avrebbe incluso le Americhe e l’Europa e altri posti lontani. È ciò che era noto alla gente. [parla con il pubblico] ..si, all’Arabia, al Nepal, forse estendendosi un po’ verso la Cina, quel tipo di area, fino al sud dell’India, allo Sri Lanka, posti del genere. Sarebbe stato il mondo conosciuto, e dobbiamo ricordare che l’India era molto più grande di quella che conosciamo oggi.

Suṇi-eh, ahsah kā isnān. Ascoltando, ci si bagna nei 68 luoghi di pellegrinaggio. Oppure: ascoltare equivale al beneficio di fare il bagno nei 68 posti. Notate che Guru Ji di nuovo non si preoccupa dei 68 posti, non è veramente questa la questione qui. 

Se tu volessi visitare i 68 luoghi, sta dicendo Guru Ji, in realtà se solo ascolti e sei consapevole dentro di te, tutti i benefici che credi di ottenere da quei luoghi, li otterrai li, dentro di te.

E qualcosa che è ancora oggi oggetto di accesi dibattiti: ma allora, dobbiamo andare a fare Isanān ad Harmandir Sahib? Preghiamo per questo ogni giorno nell’ Ardās. Imploriamo per questa idea che dobbiamo bagnarci nei luoghi santi. Alcune persone ti diranno che devi andare a Hemkunt Sahib. C’è questa convinzione che prima di compiere 60 anni, almeno una volta nella vita devi andare a Hemkunt Sahib e compiere l’isanān là. O a Huzur Sahib… ci sono tanti posti del genere.

Dobbiamo analizzare bene questo concetto, dobbiamo capire cosa sta dicendo il Guru. 

Ci sono due modi per vedere questo. Uno è, dice Gurbani, tērath nāvan jāu tērath Naam hai . Tērath sabadh bēchār antar ghiān hai. Mi bagno in questo Tērath, ma il Naam è il mio Tērath. Lo Shabad è il mio Tērath. La saggezza interiore è la mia Tērath.

Ma le persone che sostengono questa idea di andare e fare tutte questi Isanān in questi vari posti, fanno una domanda molto valida. Perché Guru ha creato tutte queste vasche? Non è che a quel tempo non esistessero i pozzi, non è che la gente non si bagnasse, c’erano fiumi in cui la gente potesse andare a bagnarsi. Perché Guru ha creato queste vasche?

Dobbiamo davvero combinare la nostra comprensione della storia con la nostra comprensione del Gurbani. Personalmente, penso che l’acqua apporti un elemento molto importante nella meditazione. Puoi andare a sederti in uno qualsiasi dei Gurdwara e provare a sederti fuori e semplicemente meditare. Poi vai a Sri Dharbar Sahib. Qual è la differenza principale? È anche un Gurdwara, ma l’acqua fa una differenza enorme.

E storicamente abbiamo visto che l’acqua è sempre stata un luogo dove le persone andavano, a bordo dell’acqua per meditare. Anche il luogo stesso in cui viene realizzato Paramahandar Sahib, si pena fosse uno storico luogo di meditazione. Comunque lì c’era un Sarovar. 

Quindi io penso che sottovalutiamo come alcuni di questi elementi [influiscono], che abbiamo quasi dimenticato che dovremmo meditare vicino all’acqua. Forse c’è un aspetto del genere.

Ora vedi anche che molta meditazione è avvenuta sotto gli alberi. Se guardi alla nostra storia, ci sono molte meditazioni e molte cose che sono accadute con alberi specifici. Ci sono molte storie associate ai tipi di alberi. Ancora una volta, forse c’è qualcosa lì, una parte della nostra tradizione che abbiamo perso.

Potrebbe semplicemente essere che fa molto caldo in India e se hai intenzione di sederti ti siedi all’ombra, c’è un elemento pratico in questo. Potrebbe essere semplicemente del tutto pratico. Oppure potrebbe esserci qualcosa di più. Ma in ogni caso, Gurbani ha sempre evidenziato questo fatto: se non hai un Sarovar in cui andare, se non hai un albero sotto cui andare, non pensare che questo non sia un motivo per meditare.

Ora, personalmente non credo che il Guru porrebbe qualche sorta di limitazione alle persone dicendo che coloro che non possono viaggiare fino ad Amritsar, non saranno completamente illuminati, non potranno raggiungere l’illuminazione, perché ciò non avrebbe senso.

Perché Guru Nanak Dev Ji viaggerebbe in tutto il mondo per diffondere il suo messaggio se poi dicesse alla gente: “Ma per completare il tuo viaggio ora devi venire dove vivo io”. Non sembra avere senso.

Guarda questo Shabad. Guru Ram Das Ji canta questo Shabad su chi è un Sikh. E dice : gur satigur kā jo sikh akhāe su bhalake uth har naam dhiae. Qualcuno che si definisce Sikh del Guru, il SatGuru, si sveglia presto, la mattina e medita su har naam. Audham kare bhalake parabhātē isanān kare amrit sar nāve: si svegliano presto, fanno lo sforzo di svegliarsi presto, di alzarsi presto. Bhalake parabhātē, la mattina presto. Isanān kare, si bagnano, ma si bagnano ad Amritsar.

Che cosa significa? Come può essere vero che Guru Ji sta dicendo che un Sikh è qualcuno che deve fare il bagno ad Amritsar ogni mattina? Oppure il significato di Amritsar significa che dentro di te c’è un “Sarovar di Amrit” ed è in esso che devi fare il bagno? Questo è l’Ishnān.

Dentro di te, quando ti svegli al mattino, devi immergerti nel “Sarovar di Amrit”, che è dentro di te. Dentro di te c’è l’Amrit. Ed è dentro ognuno di voi, non commettete errori, non è solo dentro gli Amritaris. Dentro ognuno c’è l’Amrit. Guru Ji dice che un Sikh è qualcuno che si sveglia presto, che fa lo sforzo di fare il bagno in quell‘Amrit sarovar, in quella pozza di nettare al loro interno. Questa può essere l’unica spiegazione dello Shabad. Non può essere che tu debba andare ad Amritsar ogni mattina per avere il tuo Ishnān.

Le persone lo traducono persino dicendo che devono fare il bagno la mattina, ma neanche questo può essere il significato perché cosa succede se ti svegli la mattina e non c’è acqua? Ciò significa che non puoi meditare? Il Guru ti ha tolto tutte le restrizioni. Dal momento che tu ci sei, puoi meditare.

Non trovare ragioni per avere scuse. “Non ho fatto il mio Ishnam questa mattina, non posso meditare”. Questo non è il significato dello Shabad.

La riga successiva, upadesh Guru har har jāp jāpe: Essi ascoltano gli insegnamenti del Guru e recitano Har Har. In ogni riga riappare il Naam. 

Su bhalake uth har naam dhiae. Si svegliano la mattina, prima cosa: Naam. 

Amrit sar nāve, ancora una volta, è un elemento del Naam. Vanno dentro se stessi e sono dentro, si bagnano nel Naam di Amrit. 

Upadesh Guru, ascoltano l’insegnamento del Guru e recitano Har. 

Quando guardi un po’ più in profondità nello Shabad, allora capisci che il Naam è il bagno. E Suṇi-eh sta parlando del Naam. Naam è la consapevolezza di quella presenza.

Mentre in passato si credeva realmente che andando in questi luoghi sacri, in questi luoghi sacri per fare il bagno, avresti mondato i tuoi peccati. Vai lì per lavare i tuoi peccati. 

Un altro modo per tradurre questa frase è che Suṇi-eh laverà via i tuoi peccati. Invece di andare in questi, a Sat Tērath, sì, invece di andare in questi posti e fare il bagno in questi posti per lavare via i tuoi peccati. Perché finiamo sempre con Suṇi-eh dukh Pap Ka Nās: i peccati saranno distrutti. Questo è un chiarimento di quella frase: non avrai bisogno di andare a lavare i tuoi peccati.

In effetti, il Guru ha rifiutato questa idea secondo cui il solo lavaggio del corpo eliminerà i peccati. Come può lavare l’esterno eliminare i peccati? Se il tuo corpo è sporco, bharīē, hath pēr tan deh, pānī dhotē, utras kheh . Se le tue mani sono sporche, lavale con acqua. Mūt palītī, kapaṛ hoe, de sābūṇ, leīē oh dhoe: se i tuoi vestiti sono sporchi, prendi del sapone e lavali.

Ma qual è la soluzione se la tua mente è sporca? Bharīē mat, pāpā kē sang, oh dhopē, nāvē kē rang. Solo il naam può purificare i tuoi peccati. E questo è un argomento del tutto diverso, quello del cosa sono i peccati. Ma se tu credi di essere pieno di peccati, il Naam è l’unica cosa che può purificare i tuoi peccati e puoi immergerti in quel Naam ovunque tu sia. Non devi andare da qualche altra parte per lavarti e purificare quei peccati. Lavare via i tuoi peccati.

Bharīē mat, pāpā kē sang, oh dhopē, nāvē kē rang. Se è la tua mente che è sporca di peccati, come può pulire il tuo corpo essere di alcuna utilità? Se c’è unità, Ik Ongkar, ti serve la parola successiva, Sat naam.

Il Naam è ciò che devi ottenere. Tutto Sikhi è contenuto lì. Guru Ji avrebbe potuto fermarsi proprio lì. Ik ongkar, sat naam, vai a casa. Adesso fallo. Vai a casa e fallo. Il resto del Guru Granth Sahib Ji consiste nello spiegare questo concetto, “Naam Ik”. Suni-ai aṭhasaṭh kā isnān.

Suṇi-ai paṛ paṛ pāveh mān. Cosi par par significa leggere e leggere. Gli intellettuali, qui ora sta parlando agli intellettuali. Per prima cosa parla con le persone caritatevoli, quelle che pensano di essere superiori facendo molto seva. Poi si rivolge a coloro che pensano di essere superiori, perché sono stati in tutti i luoghi santi. Ora si rivolge all’intellettuale, a colui che si ritiene superiore perché ha letto tutti i libri.

Paṛ pāvah mān. Mān significa onore. Ottieni onore, vieni celebrato, la gente ti vede, ti mette in una posizione elevata, ti vede come qualcuno di importante perché hai letto tutti i libri e hai tutta la conoscenza.

Allora cosa sta dicendo Guru Ji? Guru Ji dice che se stai ascoltando, se sei in quello stato di ascolto, allora tu ottieni tutto l’onore che otterresti leggendo tutti i libri difficili. Granth dopo Granth, pensa a quanta conoscenza è stata raccolta nel tempo. E non solo nella tradizione indiana, che da sola richiederebbe una vita intera per leggere tutti quei libri. Ma anche tutti quei mondi antichi, i Greci avevano le biblioteche di Alessandria, avevano queste grandissime biblioteche dove raccoglievano tutta la saggezza da tutto il mondo. I persiani avevano moltissima conoscenza, grandi studiosi.

Guru Ji dice che questo è limitato; ascoltare te stesso, trovare quella presenza dentro di te, quello è il mān più alto, questo è l’onore più alto che ottieni. Il Guru non apprezza la conoscenza solo dai libri; la conoscenza che ottieni dallo sperimentare il “te stesso”, questo è ciò che è prezioso per il Guru. Quando sei andato dentro a te stesso e ti sei seduto e hai osservato ciò che è lì, hai trovato il tuo atma e come è connesso al paramatma, dentro di te, quella persona lì è un ghiani. 

Oggi siamo molto veloci nel definire le persone ghiani, solo perché hanno letto tutti i libri. Per me questi è un Granthi. Granthi è qualcuno che ha letto tutto i Granth, ghiani è qualcuno completamente diverso, qualcuno che ha Ghian dentro di sé riguardo a ciò che è, cos’è il divino, cos’è questo, ik onkar è, quello è un ghiani. Qualcuno che ha letto tutti i libri dovrebbe essere rispettato, ha fatto molte ricerche, ma è un Granthi. C’è una grande differenza.

Vedi, anche Guru Ji parla di queste persone : kiā parēāi kiā guniē kiā ved purānā suniē. Qual è lo scopo di tutta questa lettura, di tutto questo canto, di tutto questo ascolto di questi Veda e Puran, di queste scritture storiche, qual è lo scopo di tutto questo? 

Pare sunē kia hoē, Jo sahj na milio soiē: cosa hai ottenuto facendo tutta questa lettura e ascoltando tutta questa conoscenza, se non hai trovato appagamento, pace, quiete dentro di te, qual è lo scopo di tutto questo? Guru Ji sta sfidando queste persone.

Suṇi-ai paṛ paṛ pāveh mān, quindi unicamente leggere e leggere non ha nessun valore, andare in tutti i luoghi di pellegrinaggio, nessun valore, fare molto lavoro di beneficenza, nessun valore. E questo concetto non è qualcosa che solo i Guru hanno spiegato, tutti i maestri spirituali hanno sempre parlato di queste stesse cose.

Intorno al 1800 èvissuto un mistico sufi molto famoso conosciuto come Bulleh Shah e una delle sue poesie preferite affronta lo stesso problema della lettura. Baba Bulleh Shah dice : “Attraverso alla lettura, sei diventato molto onorevole, molto informato, ma non hai mai letto te stesso. Hai letto tutti i libri ma non hai mai letto te stesso. Corri in tutta le moschee, in tutti i templi, ma non sei mai entrato nella tua stessa mente. Ogni giorno combatti inutilmente Satana, ma non hai mai combattuto il tuo Ego.”

Sta parlando a se stesso, non si rivolge a nessun altro, dice che questo è quello che tutti facciamo, ci concentriamo su tutte queste cose: “Tu stai inseguendo le cose che come gli angeli e le fate fluttuano nel cielo, ma ciò che è seduto nella tua stessa casa, quello non l’hai mai raggiunto.”

Questa idea di andare dentro di te, è il Sach di tutti i Dharam. Tutti [i baghat, i santi] sanno queste cose, che l’esterno è temporaneo, l’esterno è inutile e c’è qualcosa dentro di te, ma questa è l’unica cosa che nessuno ci insegna. 

Guarda ovunque, in ogni tradizione, le tradizioni, i rituali, le apparenze, queste sono le cose che vengono valorizzate, queste sono le cose che vengono promosse. Ogni singola cosa all’interno della nostra tradizione originaria ha un perché, perché permette di ritornare dentro noi stessi. Ci permette di mantenere quel Dhiān.

E piano piano tutte quelle tradizioni si stanno sgretolando. Rāg Kirtan, gli strumenti originali. Ladi Vār, leggere il Gurbani senza interruzioni. Immaginate la concentrazione necessaria per leggere il Gurbani in un modo del genere. Ora è più semplce. Pensiamo, oh, va bene, è più moderno. Leggere allo stesso modo…tutte queste tradizioni le perdiamo. Non c’è Mān in queste cose, non c’è onore in queste cose. Suṇi-eh apporta il vero onore. Suṇi-ai paṛ paṛ pāveh mān.

Suṇi-eh, lāghē sehej dhiān. Lāghē significa ottenere, procurarsi. Sahaj significa quiete, tranquillità assoluta. Dhiān, questa è una parola affascinante. Dhiān oggi, pensiamo che significhi concentrazione. Lo sai, i tuoi genitori te lo diranno, Dhiān nāl kām karo: concentrati, non lasciare che la tua mente vada altrove. 

Ma Dhiān, nella prospettiva del Dharam, significa molto più che concentrazione, significa consapevolezza, e c’è una differenza.

La concentrazione è a livello della mente, la consapevolezza è più profonda. Non è usare la mente per fissare l’attenzione, ecco perché in realtà anche ciò che chiamiamo meditazione non è ciò di cui stiamo parlando.

La meditazione, così come viene insegnata in Occidente, è come la concentrazione, ma c’è un problema con questo. Ti accorgi che se stai cercando di meditare e ti concentri nel farlo, è come se stessi cercando di stringere qualcosa, come se stessi cercando di trattenere qualcosa.

Dhiān, immagina di cercare di prendere l’aria. Immagina di provare a trattenere l’aria. Se chiudi la mano, quanta aria avrai dentro? Quasi niente. Questa è la meditazione. Metti a fuoco. Concentrati. Non pensare a nient’altro. 

Dhiān è lasciare andare. Non si tratta di concentrarsi, si tratta di rilassarsi, è un approccio completamente diverso. Uno è rigido, teso, fisso, concentrato. È così che usiamo la parola dhiān.

Ma il vero significato della parola dhiān è aprire, non chiudere. Se vuoi trattenere l’aria, con la mano chiusa non hai nulla, appena apri la mano hai l’aria. Dhiān e la meditazione, rappresentano la differenza tra una mano chiusa e una mano aperta. La stessa cosa che facciamo con la nostra mente. Non ci concentriamo sul tentativo di trovare qualcosa, non siamo seduti lì e cerchiamo davvero di fissare la nostra concentrazione su qualcosa. No, stiamo facendo il contrario, lasciamo andare e guardiamo semplicemente cosa c’è.

Quel lasciare andare e osservare è dhiān. Semplicemente essere in uno stato di osservazione di ciò che è già lì piuttosto che cercare di aggrapparsi a qualcosa e respingere qualcosa. Qualcosa di cui dovresti essere consapevole quando sei seduto in meditazione. Se ti ritrovi a concentrarti, è per questo che trascorriamo metà del tempo nella meditazione rilassandoci. Perché non puoi meditare se sei concentrato, se sei fissato, se sei teso. Non è questo il dhiān.

Dhiān è apertura. Quando apri, quello che c’è lì è lì. I pensieri entrano, li guardi, permetti loro di fluttuare via. Non li trattieni. Quando arriva un pensiero, ecco perché diciamo, quando stai meditando, mentre arriva un pensiero: “Ho lasciato il gas aperto? ”. Tutti questi pensieri ci vengono in mente, non li giudichiamo. La mente lo farà automaticamenet. Questa è la funzione della mente, ricordarti queste cose. È come la tua lista di cose da fare. Questo è ciò che fa la tua mente. Ricordare richiede la mente. Ecco perché usiamo la parola rammentare (ri-mente).

Antar gur ārādhanā jehvā Jap gur nāu Ci sono due modi per vedere questo concetto. 

Uno è: dentro di te, concentrati sul Guru. 

Normalmente questo verso viene interpretato così, che poiché non comprendiamo lo Shabad Guru, allora creiamo una murti del Guru. 

Antar gur ārādhanā, jehvā Jap gur nāu: Ci sediamo e pensiamo a Guru Nanak. Ma non è questo che significa il verso. 

Gur ha molti significati, ne abbiamo parlato in Gur Prasad. Gur significa anche tecnica. 

Antar gur ārādhanā: risveglia le tecniche dentro di te. Quella tecnica interna, risvegliala. Aradhana significa risvegliare.

Quella tecnica, il Gur che è dentro di te, le possibilità che sono dentro di te, risvegliale. 

Jihavā Jap gur nāu: quando sei nel Jap, quando la tua mente fa jap, allora sei soltanto nella mente. Antar Gur Aradhana è come accendere il Dhiān dentro di te. Jihavā Jap gur nāu

Netrē satigur pekhanā. Quando conosci il Guru dentro di te, allora con i tuoi occhi sarai in grado di vedere il Guru ovunque. Sravanē sunanā gur nāu. 

Gur, Gurnao, Satgur, sono sinonimi. Sono tutti coinvolti in questo Shabad. Così Naam è la l’elemento principale. Risveglia questo Naam dentro di te, poi quando reciti il Naam, sarai connesso al Naam dentro di te. Allora vedrai il Naam ovunque e sentirai il Naam ovunque.

Satgur siti ratiā dharageh paiēāi Thāu. Allora troverai il Paradiso. Il Paradiso dentro di te. 

Cos’è il Paradiso? Non è come se andassimo da qualche altra parte. Se hai il Naam dentro di te, il Naam sulla tua lingua, il Naam nei tuoi occhi, il Naam nelle tue orecchie, allora sei già in Paradiso.

Quindi, tu otterrai Lage, Sehej, otterrai la quiete, otterrai Dhiān. 

La mente è sempre risvegliata, parla costantemente, ma il Dhiān è sveglio. C’è una parte sveglia dentro di te. Ti siedi dentro te stesso e realizzi, mei  haiga hai te (?): solo questo dovrebbe bastare, sii consapevole di questo. Allora chiedi, mei? Cos’è questo mei? Perché lo chiamo mei? Davvero, c’è qualcosa qui. Non necessariamente meh è qui, ma qualcosa c’è. L’ ho appena chiamato meh. Mei è solo un’etichetta.

Quello che stiamo dicendo è che la vitalità è qui, la coscienza è qui, io sono sveglio, posso pensare, sono consapevole della mia presenza, sono qui. Questo è quello che chiamiamo meh. Posso vedere, posso provare, posso sentire. C’è una “io-essenza” qui. Questa “io-essenza” l’abbiamo etichettata mei. Ma quella “io-essenza” sei Tu. 

Lāge sehej dhiān. Ma questo avviene attraverso la pratica. Questo è il motivo per cui facciamo le meditazioni. Questo è il motivo per cui vi incoraggio: andate a casa e continuate a praticare. Dovete praticare queste meditazioni.

Quello che facciamo è, nel momento che i pensieri arrivano, semplicemente li lasciamo andare. Li lasciamo volare via. Stiamo iniziando a staccarci dal pensiero. Altrimenti pensiamo: “Sto pensando questo pensiero. Questo è il mio pensiero”, e ci associamo al pensiero. 

Quello che facciamo qui è ricordare che noi siamo la torcia. Ricordiamo che siamo il cielo. E lasciare semplicemente che queste cose galleggino, e lasciarle galleggiare via. Ma il cielo resta lo stesso. Le nuvole cambiano, il cielo rimane lo stesso. Questo è Dhiān.

Nanak bagta sadāvigās, suṇi-eh, dūkh pāp kā nās. Nanak ci ricorda che le persone che fanno questo, i Bagat, sono costantemente liberi, gioiosi, giocosi, sadāvigās, perché si sono liberati della loro sofferenza, perché si sono distaccati dalla “casa della sofferenza”. La mente è la casa della sofferenza, ora non sono più attaccati ad essa, non c’è alcun legame tra loro e la mente.

 Si sono sbarazzati del dūkh e del pāp.